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Così nacque il Corpo dei Carabinieri Reali

Uno dei primi provvedimenti presi dal re di Sardegna Vittorio Emanuele I al suo rientro a Torino, dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, fu l’istituzione di un Corpo destinato a difendere il regno dagli attacchi esterni e da quelli interni, promossi dalla malavita e alimentati dal disordine sociale. Nacque così l’Arma che, nel 2014, compirà 200 anni
Aimé Chenavarde, Piazza Carlina a Torino nel 1817. Il palazzo in fondo sulla sinistra fu, dall’estate 1814, la sede del Corpo dei Carabinieri RealiIl palazzo a sinistra, sullo sfondo della piazza Carlina di Torino, nel dipinto riprodotto in questa pagina, fu la prima sede del Corpo dei Carabinieri Reali. Erano trascorsi appena due mesi da quando Torino (con il ritorno di Vittorio Emanuele I) era di nuovo la Capitale del Regno di Sardegna. Fu allora che il re sabaudo istituì il Corpo dei Carabinieri Reali, uno dei primi atti del Regno restaurato e – sicuramente – uno dei più significativi di Vittorio Emanuele. Fra i sovrani spodestati da Napoleone Bonaparte, il primo a rientrare in Italia fu proprio lui: Vittorio Emanuele I di Savoia. Il re di Sardegna non aveva perso la corona, ma era stato relegato in provincia. Il Piemonte era stato occupato dai francesi, e il trono era stato trasferito in Sardegna (in esilio, praticamente). Vittorio Emanuele fece ritorno a Torino, il 19 maggio 1814 (un mese e mezzo dopo l’abdicazione di Napoleone). Era sbarcato a Genova il 14, e il giorno stesso aveva lanciato un proclama ai sudditi: «L’Europa è libera. Cancellate dall’animo vostro le sofferte oppressioni e ricordate la fermezza con la quale rintuzzaste l’orgoglio del nemico devastatore».

Il rientro fu trionfale. Il sovrano percorse a cavallo la via del Po fino alla piazza del Castello, salutato da «immense dimostrazioni d’amore» (come scrisse un cronista del tempo). Anonimo, L’arrivo di Vittorio Emanuele I a Genova il 9 maggio 1814 (Racconigi, Castello Reale)Le finestre erano inghirlandate di fiori; sulle facciate dei palazzi ricomparvero gli stendardi con la croce sabauda (nascosti nei sedici anni precedenti). Le campane suonavano a stormo e nel Duomo fu celebrato un solenne Te Deum. Ma quel che suscitò maggiore scalpore fu la riapparizione, sulle teste di molti nobili, delle parrucche incipriate, riesumate dai bauli finiti in soffitta un quarto di secolo prima.

Il 21 maggio Vittorio Emanuele lanciò un secondo proclama, più esplicito, nel quale annunciò l’abrogazione di tutte le leggi approvate durante l’occupazione e la reintroduzione di tutte le istituzioni prerivoluzionarie. Poi, senza perdere tempo, licenziò i funzionari civili (sostituendoli con i nobili), gli ufficiali dell’esercito, i professori universitari che avevano ottenuto la cattedra nel periodo napoleonico. Reintegrò nei ruoli tutto il personale che era in servizio nel 1798. Per fortuna fu accantonato, all’ultimo momento, il progetto di distruggere il ponte sul Po e la strada del Moncenisio, in quanto opere del periodo napoleonico.

Anonimo, L’arrivo di Vittorio Emanuele I a Genova il 9 maggio 1814 (Racconigi, Castello Reale)Nel giorno memorabile del rientro il servizio d’ordine lungo le strade era stato curato da soldati austriaci, perché il Piemonte era rimasto senza forze armate. C’era soltanto una Guardia urbana, composta da poche decine di uomini. Fu questa la ragione che indusse Vittorio Emanuele a istituire il Corpo dei Carabinieri Reali, che avrebbe assolto il duplice compito di tutelare l’ordine pubblico e garantire la difesa del Regno. «Nel regno di Sardegna», ha ricordato lo storico Gianni Oliva (autore di una corposa Storia dei Savoia, ma anche di una Storia dei Carabinieri), «non esisteva una tradizione di truppe esplicitamente adibite al mantenimento della sicurezza pubblica, se si escludono il Corpo di cavalleria dei Dragoni, istituito nel 1726 per il servizio di sorveglianza interna nell’isola, e il Corpo militare di polizia, fondato da Vittorio Amedeo III nel 1791 ma costituito da soli quarantaquattro uomini. Nei casi di emergenza venivano impiegate le forze regolari dell’esercito. La Rivoluzione francese, mobilitando le masse contadine e urbane e armando il popolo nell’esercito rivoluzionario, aveva però inaugurato una nuova stagione storica, dove le minacce all’ordine costituito non sarebbero venute da isolate jacqueries facilmente domabili, ma da opposizioni organizzate e consistenti, di fronte alle quali i governi dovevano dotarsi di adeguati strumenti di controllo, di sorveglianza e di repressione. Per assolvere ai tradizionali compiti di difesa delle frontiere e di mantenimento dello status quo sociale, il vecchio modello d’esercito dinastico andava aggiornato con la creazione di nuovi reparti, preparati specificamente, anche se non esclusivamente, per la conservazione della stabilità interna».

Lo storico inglese John Gooch (in un saggio intitolato Soldati e borghesi nell’Europa moderna) sottolinea come gran parte dei governanti europei si trovò in quel momento di fronte a questo interrogativo: come conciliare l’efficienza militare, che richiedeva un esercito basato in larga misura sull’arruolamento obbligatorio, con la sicurezza che potevano garantire truppe scelte, ristrette, composte da soldati di professione? In buona parte il problema si risolse da sé, perché nell’immediato in tutta l’Europa non ci si preoccupò di rivaleggiare, ma soprattutto di fare delle forze armate gli esecutori della repressione all’interno di ogni Stato.