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La commozione del Paese

Antonio Berti, Pattuglia (Roma, Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri)La morte del valoroso maresciallo destò una profonda emozione anche nell’Italia indurita dall’a­sprezza della lotta politica. A parte tutte le ­manifestazioni ufficiali di cordoglio, ­giunse­ro al Comando Generale nume­rose testimonianze di ­­solidarie­tà e di fiducia. Ma il clima non si allentò neppure durante i ­­funerali. La notte precedente arrivarono telefonate minatorie che annunciavano nuove azioni durante le esequie. Scritte minacciose furono tracciate sui muri della chiesa e nelle vie adiacenti. In risposta a queste intimidazioni, all’uscita del feretro dalla chiesa tutte le sirene del porto di Genova suonarono. Lo Stato fu presente: al funerale, in prima fila c’erano Sandro Pertini, presidente della Camera, e Paolo Emilio Taviani, ministro degli Interni. Maritano viveva a Rivarolo e fu sepolto lì. Gli abitanti ricordano ancora la sua eccellente conoscenza della zona ed il fatto che lui cercava di aiutare la gente in difficoltà e di comporre le liti. Non si tirava indietro nel lavoro e non guardava di che partito si fosse: «Basta che siano persone oneste, per me sono tutte uguali», diceva. «Il carabiniere lo si conosce solamente quando muore», commentò il colonnello Franciosa.

Ognibene, che all’epoca aveva vent’anni, dichiarò una falsa identità quando fu ricoverato in ospedale con una prognosi di venti giorni. La copertura durò poco e il brigatista fu processato per direttissima. Qualche mese dopo (il 19 febbraio 1975) una mesta cerimonia di solidarietà ricordò alcuni caduti sul fronte del terrorismo, compresi i tre carabinieri morti a Peteano (Antonio Ferraro, Franco Dongiovanni e Donato Poveromo), e il maresciallo maggiore Felice Maritano.