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Il Nucleo investigativo contro il terrorismo

Nella prima metà degli anni Settanta si moltiplicarono gli attentati. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa creò (e guidò) un corpo specializzato che ottenne importanti successi, come l’arresto dei capi delle Brigate Rosse Curcio e Franceschini. Ma i Carabinieri pagarono un alto prezzo di sangue in queste operazioni complesse e molto pericolose

Amos Nattini, Parata di Carabinieri a cavallo (Roma, Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri)

All’inizio degli anni Settanta, l’Arma dei Carabinieri fu in grado di affrontare le nuove, difficili, prove nel delicatissimo impegno della tutela dell’ordine pubblico. Negli anni precedenti si era proceduto a una profonda ristrutturazione e all’ammodernamento dei mezzi a disposizione. Erano state costruite 200 nuove caserme (soprattutto nelle grandi città). Era stato creato, presso il Comando Generale, un ufficio Motorizzazione. Erano stati acquistati 4mila automezzi (le mitiche Gazzelle, ma anche i natanti e gli elicotteri per il pronto intervento). Una rete autonoma di 400 depositi di carburante riforniva i 1.500 distributori autonomi insediati all’interno delle caserme: 2.500 militi si occupavano, come tecnici specializzati, della manutenzione dei mezzi. Era stata istituita una moderna rete radiotelegrafica destinata a collegare le divisioni, le brigate e le legioni con il Comando Generale. Era stato creato in tal modo un sistema di comunicazioni estremamente rapido fra centro e periferia. Anche la rete telefonica era stata ammodernata, con l’introduzione della teleselezione, delle telescriventi e dei fax. Il centro nevralgico era costituito da un Comando Trasmissioni, da un sofisticato ponte radio e da un potente cervello elettronico per la raccolta di dati e segnalazioni. Il livello scientifico delle investigazioni e la polivalenza dei Carabinieri furono rinforzati con la creazione di un Centro investigazioni scientifiche; con il potenziamento dei Gruppi cinofili e sommozzatori; con l’addestramento superiore di tutti i Battaglioni mobili.

Nel momento in cui lo Stato si sentiva minacciato dall’eversione, «l’Arma», ricorda Gianni Oliva (Storia dei Carabinieri, dal 1815 ad oggi), «si presentava come l’estremo garante dell’ordine, esibendo una forza e un’efficienza che dovevano dissuadere e scoraggiare i movimenti di contestazione. La più importante di queste operazioni, iniziata nel settembre 1971, si concludeva l’8 dicembre successivo». Oliva cita uno studio del giornalista Giorgio Boatti (che in quegli anni aveva aderito a Lotta continua): “Il piano è steso nell’Ufficio operazioni del Comando Generale e coordinato dai comandanti delle tre divisioni carabinieri Pastrengo di Milano, Podgora di Roma e Ogadèn di Napoli. Vengono impiegati per la sua realizzazione 789 ufficiali, 9.278 sottufficiali e 25.242 carabinieri. I reparti dell’Arma hanno a loro disposizione anche reparti della Pubblica sicurezza, della Guardia di finanza, delle Guardie forestali. Funzionando come meccanismi bene oliati, i reparti scattano al segnale che viene inviato dalla Centrale operativa di viale Romania. Le prime a essere setacciate sono le 33 province della Liguria, del Piemonte, della Valle d’Aosta, della Lombardia e delle Tre Venezie. Successivamente all’operazione iniziata in Settentrione si affianca l’opera di rastrellamento ope­rata dai carabinieri nelle 30 province dell’Emilia Romagna, della Toscana, dell’Umbria, delle Marche, del Lazio e della Sardegna. Infine le stesse operazioni si svolgono nelle 30 province dell’Italia meridionale. Non appena i rastrellamenti sono conclusi, i reparti territoriali dell’Arma danno inizio a un lavoro analogo, scaglionato provin­cia per provincia. Dal 27 settembre al 7 ottobre 1971, nel corso della prima fase dell’operazione Setaccio, vengono effettuati dall’Arma 320 arresti per flagranza di reato, 273 arresti di ricercati, vengono denunciate 5.089 persone, comminate 64.363 contravvenzioni, sequestrati 1.000 mitra, 416 armi corte, 164 chilogrammi di esplosivo e migliaia di bombe e cartucce. Gli esercizi pubblici setacciati sono 25mila e la merce sequestrata ha un valore che supera il mezzo miliardo». 
Ripetute nei mesi successivi e concentrate soprattutto nell’Italia settentrionale (affidate ai 12mila uomini della divisione Pastrengo), queste operazioni infliggevano duri colpi alla criminalità comune, ma la loro risonanza andava ben al di là del numero degli arrestati. «Torino è stata passata al setaccio nelle zone nevralgiche», scrisse La Stampa il 10 agosto 1972: «centinaia di automobili controllate, sono stati perquisiti bar malfamati, circoli privati, alberghi; ispezionate scale, androni di palazzi deserti; sono stati multati fracassoni, automobilisti indisciplinati, fermate prostitute, travestiti, persone sospette, vagabondi, contrabbandieri, giocatori d’azzardo. È stata la più vasta operazione di controllo sulla città mai eseguita sino a ora».