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Il ruolo dell’Arma nella guerra del 1859

Nella Prima guerra d’indipendenza il Corpo dei Carabinieri Reali si guadagnò la gloria con la carica di Pastrengo. Nella Seconda, agli uomini del Corpo furono affidati soprattutto compiti di intelligence, meno appariscenti ma molto delicati, nei quali si fecero apprezzare per l’efficienza e l’esattezza delle informazioni raccolte

I carabinieri nella battaglia di Magenta

Per i Carabinieri Reali l’anno 1859 si presentò subito come molto impegnativo. Il principale incarico (in vista di una guerra ormai imminente) affidato al Corpo fu di intelligence: molti ufficiali (che facevano capo a una Sezione appositamente costituita nello Stato Maggiore dell’esercito piemontese) furono collocati in abiti civili alle spalle del nemico, con l’incarico di fornire tutte le informazioni possibili riguardo alla posizione, alle direttrici di marcia e alla consistenza numerica delle truppe austriache. «L’opera dei militari mobilitati del Corpo, integrata da quella attivissima disimpegnata dalle normali Stazioni», ricorda il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri, «riscosse l’elogio dello Stato Maggiore dell’Esercito». I primi rapporti sono datati 2 gennaio 1859. «La guerra con l’Austria era ormai nell’aria, i movimenti delle truppe austriache si facevano sempre più intensi e i Carabinieri ne controllavano quotidianamente ogni sviluppo», racconta il generale Ferrara. «Dalla Stazione alla Luogotenenza, da questa alla Divisione, fino allo Stato Maggiore del Corpo, e da questo al Ministero della Guerra, fu un susseguirsi di notizie, le più minute, le più particolareggiate su ogni reparto austriaco. Ne vennero contate le Unità, descritte le nazionalità dei militari, l’armamento, le munizioni, addirittura la dotazione dei viveri». 
Un esempio offre l’idea del lavoro meticoloso compiuto dai Carabinieri. Il 21 gennaio 1859 il generale Federico Costanzo Lovera Di Maria (comandante del Corpo da undici anni) trasmise al ministro della Guerra questa informativa: «Il comandante la Suddivisione Carabinieri di Stradella riferisce che da precise notizie pervenutegli da persona degna di fede gli consta che la guarnigione attuale di Piacenza è composta come segue: un comandante la Piazza e Fortezza Signorini, generale di brigata Resnis; un Reggimento di 3 Battaglioni di 6 Compagnie ciascuno, della forza questi di 100 e 120 uomini, per cui, presa la media di 110 uomini, ogni Battaglione avrebbe la forza di 660 uomini, totale la forza del Reggimento: uomini 1.980. Essendovi però una Compagnia distaccata a Codogno rimangono 1.870, più una Compagnia di cannonieri 120, più un Pellottone di Ulani 40; Genio, provianda ed ordinanze 200. Totale 2.230». Il rapporto proseguiva offrendo notizie di prima mano sul rafforzamento del presidio: «Questa guarnigione sta per essere accresciuta come segue e l’avanguardia è diggià entrata in Città: quattro Compagnie di Cacciatori Tirolesi di 130 uomini cadauna; 260 Ulani; due Batterie ed un obice per ciascuna Batteria, col rispettivo Treno, forte di 150 uomini e così un totale di 3.160 armati. Osservazioni: al Reggimento suddetto è attaccato un Corpo di banda e 400 coscritti dell’ultima leva che contano appena 3 mesi di servizio. Il Reggimento è composto di Boemi, Austriaci, Ungheresi e Stiriani. Da Pavia a S. Colombano sonvi 3.000 uomini e non di più, e continuano a fare pattuglie lungo la sponda del Po. A Lodi pochissima truppa di Cacciatori aumentati poi pella festa di S. Bassano nei giorni 18, 19 e 20 and.te; il 21 ripartiranno per Cremona, rimanendovi solo una guarnigione di 700 uomini circa. La notte del 18 corrente so­no partite da Piacenza truppe per Codogno. Dicesi fortemente che gli Austriaci abbiano a formare un Campo trincerato tra Verona e Mantova».
L’attività di intelligence si intensificò nel mese di aprile, quando (con intima soddisfazione di Cavour, che aveva lavorato per conseguire questo risultato) le truppe austriache si prepararono all’invasione del Piemonte. Il 15 aprile il Comando Generale del Corpo riferì che in Lombardia «si fanno continuamente arresti di tutte quelle persone ritenute animate per la causa della Indipendenza Italiana»: un segnale chiarissimo delle intenzioni del nemico. Dieci giorni dopo, un’altra informativa conteneva notizie che non lasciavano più alcun margine di dubbio: «A Bereguardo giungevano la sera del 23 numero 5.600 uomini di truppa austriaca con una batteria d’artiglieria. Ieri 24 doveva pur giungere in detto luogo il Reggimento Wimphen. Stamane si dovevano benedire in Pavia le bandiere delle truppe colà stanziate per quindi passare subito il confine. Si dice che un Corpo d’Armata passerà il Po alla Becca. Alle 6 pomeridiane di ieri gli ustriaci cominciarono a gettare un ponte di barche sul Ticino al confluente del naviglio di Pavia». 
Le informazioni fornite dai Carabinieri, scrive il generale Ferrara, «si rivelarono esatte: il 29 aprile, partendo da Bereguardo, da Pavia, da Vigevano e da Castelnuovo, gli Austriaci varcarono il Ticino ed entrarono in Piemonte. Avevano un esercito forte di 220.000 uomini, 824 cannoni e 20.000 cavalli. A fronteggiarlo era l’armata piemontese, costituita da 70.000 uomini, 90 cannoni e 4.000 cavalli: una sproporzione immensa». C’era di che nutrire serie apprensioni. «Fortunatamente», aggiunge il generale Ferrara, «seppure con qualche ritardo, stava per dilagare dalle Alpi e dal mare l’esercito francese, costretto ad intervenire perché “l’Austria, facendo entrare il suo esercito sul territorio del Re di Sardegna, nostro alleato, ci dichiara la guerra. Così essa viola i trattati e la giustizia e minaccia i confini”. Con queste parole Napoleone III, con un proclama del 3 maggio, annunciava la sua discesa in Italia. Il suo esercito veniva a riequilibrare il rapporto delle forze in campo: 130.000 uomini, 312 cannoni e 2.000 cavalli formavano l’Armée de France, contro la quale i generali austriaci tentarono la carta della sorpresa, prevenendo l’arrivo dei transalpini».