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La prima missione all’estero dell’Arma

In Crimea, nel 1855, i Carabinieri Reali combatterono con onore nella battaglia della Cernaia al fianco degli inglesi, dei francesi e dei turchi nella guerra contro la Russia. 
Ma si fecero apprezzare anche nelle operazioni di polizia, nel supporto logistico, e persino nei soccorsi alla popolazione colpita dal colera  

Silvano Campeggi, I Carabinieri difendono la Roccia dei Piemontesi (Roma Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri)

Il 5 marzo 1855, «inaspettatamente per l’opinione pubblica, il conte di Cavour notificò al Paese che il Piemonte stava per entrare in guerra». Con queste parole il generale C.A. Arnaldo Ferrara (nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri) introduce il racconto sulla guerra di Crimea, che pochi mesi più tardi avrebbe permesso allo stesso Cavour di sedere al fianco dei vincitori (gli inglesi, i francesi e gli austriaci) al Congresso di Parigi: un’occasione (cercata con indiscutibile acume diplomatico) per costruire nuove alleanze, politiche e militari, in vista dell’obiettivo unitario. Una guerra, scrive ancora Ferrara, «non contro l’Austria, tradizionale e naturale avversaria dello Stato Sardo, non contro la Francia, potenziale nemico per vecchie e combattute vicende: ma, nientemeno, contro la Russia! Le ragioni sfuggivano alla generalità delle popolazioni, tranne che a pochi. Riuscivano di difficile comprensione allo stesso Vittorio Emanuele II, attesa l’originalità del pensiero di Cavour, proiettato oltre gli angusti confini del Piemonte e pronto a ghermire ogni occasione favorevole che potesse collocare il Regno di Sardegna al fianco delle grandi Potenze europee».

Gero lamoInduno, La battaglia della Cernaia

Da due anni e mezzo Cavour copriva la carica di primo ministro. E in quel periodo il Regno di Sardegna si era dato da fare per riorganizzare l’esercito (la cui macchina non si era dimostrata all’altezza del compito nella Prima guerra d’indipendenza). Alfonso La Marmora (che aveva già coperto l’incarico di ministro della Guerra per due brevissimi periodi fra la seconda metà del 1848 e la prima metà del 1849) fu l’uomo incaricato di rendere più moderno ed efficiente l’apparato militare piemontese. Mantenne il portafogli ininterrottamente (salvo una forzata interruzione nel 1855-’56, quando assunse il comando del corpo di spedizione in Crimea) fra il 1° novembre 1849 e il 20 gennaio 1860. Una delle sue prime decisioni fu quella di mandare in Prussia e in Austria (per studiare da vicino gli ordinamenti militari dei due Paesi) due giovani ufficiali: il capitano Giuseppe Govone e il capitano Genova Thaon de Revel. Contemporaneamente istituì due commissioni di studio: la prima incaricata di valutare la struttura delle fortificazioni al confine con l’Austria; la seconda di compiere un’approfondita ricognizione sull’efficienza dei punti strategici di difesa del territorio (la base di operazioni fra il Po e il Tanaro; i capisaldi difensivi di Alessandria, Valenza, Monte, Casale; le fortificazioni di Torino: la base militare di Genova sussidiaria a quella di Alessandria).

In una fase immediatamente successiva (si era ai primi mesi del 1850), La Marmora avviò il riordinamento dei servizi, a cominciare dalla sussistenza (che si era rivelata deficitaria nella guerra appena conclusa), e dalla sanità. Creò la Scuola militare di Fanteria di Ivrea, e diverse scuole reggimentali per sottufficiali e soldati. Era convinto che fosse indispensabile sviluppare la cultura militare di ufficiali e truppa, e che si dovesse elevare anche spiritualmente la vita dei militari. Riordinò i servizi di Stato Maggiore, stabilendo norme precise per l’ammissione degli ufficiali delle varie armi amanti dello studio e dei problemi militari. Un’altra riforma significativa riguardò la cavalleria: i 6 reggimenti di cavalleria pesante furono sostituiti da 4 reggimenti di cavalleria pesante di soli 4 squadroni ciascuno e 5 reggimenti di cavalleria leggera (composti anch’essi da 4 squadroni). In questo modo, al posto di 36 squadroni di cavalleria pesante, si ebbero 16 squadroni di cavalleria pesante e 20 di cavalleria leggera. La prima conservò la lancia, il pistolone e la sciabola; quella leggera adottò il moschetto, la pistola e la sciabola. Questo genere di equipaggiamento era più adatto ai terreni frastagliati dell’Italia settentrionale; i reggimenti più piccoli con il nuovo equipaggiamento si rivelarono più duttili. Nel 1852 La Marmora inaugurò la Scuola di Cavalleria di Pinerolo.  

L’artiglieria richiese minori interventi. Si era comportata bene durante la Prima guerra d’indipendenza: secondo alcuni, addirittura, si era dimostrata superiore a quella austriaca. A Torino fu creata una scuola complementare per ufficiali di artiglieria e genio. Il problema più spinoso riguardava la fanteria. Nell’autunno del 1848 La Marmora aveva ridotto il numero degli uomini di ogni battaglione: da 1.000 (divisi in quattro compagnie da 250) a 600 (quattro compagnie da 150). Continuò a credere nella formula dei battaglioni piccoli (alzando il numero degli uomini a 700, per sopperire alle perdite in battaglia e alle assenze per malattia o per ferite). Fu sviluppato il corpo dei bersaglieri, mentre furono soppresse le compagnie reggimentali di granatieri e di cacciatori. Sulla base delle relazioni dei due osservatori inviati all’estero (Govone e Thaon de Revel), il ministro decise di puntare più sull’esercito di qualità che su quello di quantità (e per raggiungere questo risultato prolungò a sei anni il servizio di leva, in modo di poter contare su soldati che avessero un livello medio di addestramento piuttosto elevato). 

Piero Pieri (nella sua Storia militare del Risorgimento) sostiene che l’esercito piemontese si trasformò in “un solido strumento di guerra”, divenendo “certamente il migliore degli eserciti degli Stati italiani, sebbene l’esercito napoletano e quello toscano fossero stati oggetto di particolari cure; forte di una gloriosa tradizione, di una solida disciplina e animato da uno schietto sentimento patriottico”.