Menu
Mostra menu

Quanti errori nella guerra dei tre giorni

La campagna del 1849 si concluse con l’abdicazione di Carlo Alberto, la successione al trono di Vittorio Emanuele, che 12 anni dopo sarebbe stato il primo re d’Italia, e con la denuncia dei gravi errori commessi dai comandi militari piemontesi, elencati nelle conclusioni di una commissione d’inchiesta. 
I Carabinieri fecero il loro dovere, e riscossero elogi per il valore dimostrato sui campi di battaglia

I carabinieri nella battaglia Novara (Roma,Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri)

Dopo l’armistizio, firmato il 9 agosto 1848 dal generale Salasco, i Carabinieri Reali furono impegnati in un’opera di intelligence, per verificare le posizioni del nemico e (soprattutto, si potrebbe dire) controllare le mosse dei volontari di Giuseppe Garibaldi, impegnati in continue scorribande. Arrivato in Italia per combattere in nome dell’unità d’Italia, il generale si sentì tradito. “Tutti fummo sdegnati dalle degradanti condizioni dell’armistizio”, scrisse nelle Memorie. “Si suggellava il servaggio della povera Lombardia; e noi eravamo venuti per difenderla, acclamati campioni di quel popolo infelice; e nemmen sguainammo le nostre sciabole per esso! Vi era da morire dalla vergogna!”. Il 13 agosto 1848 l’Eroe indirizzò alle popolazioni lombarde un proclama nel quale accusava Carlo Alberto di “colpe” e di “viltà”. Nel suo proposito di continuare a combattere, Garibaldi fu confortato dall’arrivo di un inviato di Mazzini che prometteva di mandare uomini e mezzi per il proseguimento della lotta contro gli austriaci. Ad Arona (sul lago Maggiore) giunsero gli aiuti promessi, e la municipalità locale offrì fondi e viveri. Il piccolo esercito (circa 800 uomini) che si strinse intorno a Garibaldi si trasferì a Luino e di lì respinse un primo attacco di una colonna austriaca, diventando padrone di quasi tutta la provincia di Varese. Gli scontri durarono parecchie settimane, fino a quando le notizie che giungevano da Roma (l’assassinio di Pellegrino Rossi, la fuga del papa) convinsero Garibaldi che era la Città Eterna il luogo ideale per proseguire la lotta per l’indipendenza nazionale. 

Gli austriaci passano il Ticino il 20 marzo 1849
 
Nel frattempo erano stati sciolti i tre squadroni di guerra dei Carabinieri: il Comando Generale voleva recuperare tutti i suoi uomini per ripristinare l’efficienza delle Stazioni (dalle quali erano stati attinti gli effettivi dei reparti che avevano partecipato alla guerra). Il 9 settembre il colonnello Avogadro di Valdengo trasmise al Ministero della Guerra una relazione molto critica riguardo alle modalità di impiego dei Carabinieri nel conflitto. “Una parte del Corpo reggimentato”, si legge in quel documento, “puol essere di un vantaggio certo, ma tanti carabinieri sperperati su tutta l’armata è decisamente una forza perduta per il Paese e per la sicurezza pubblica. Li carabinieri che parteciparono della campagna non ebbero occasione di distinguersi”. Alludeva ai militari dislocati presso le grandi unità, rivendicando invece con orgoglio il ruolo svolto dai tre squadroni impiegati nella scorta del re Carlo Alberto negli scontri che li avevano visti protagonisti (Pastrengo, Valeggio, Villafranca). Nella relazione di Avogadro si muovevano rilievi anche riguardo all’equipaggiamento fornito per la guerra. “In punto di montura”, scriveva l’ufficiale al Ministero, “mi permetterò di aggiungere che il corredo dei carabinieri reali si fece rimarcare non essere adatto alla guerra. Gli uomini a cavallo ne vanno soverchiamente affaticati sotto il peso di essa, che potrebbe essere molto ridotto mediante l’uso di una sola tenuta. Molti ne furono i cavalli ammaccati per il carico di voluminose valigie. A siffatto inconveniente veniva pure a riunirsi quello del porto della carabina, arma tanto utile per il servizio ordinario quanto incomoda per gli uomini a cavallo in guerra”. Nella successiva campagna queste obiezioni (che non avevano il sapore di una critica, quanto piuttosto di un contributo costruttivo per migliorare l’efficienza degli uomini inviati a combattere) suggerirono agli alti comandi i necessari aggiustamenti che, purtroppo, non dettero i frutti sperati, soprattutto a causa della durata ridottissima della campagna militare.