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E la guerra comincia

Carabinieri Reali 1848 Verso l'Italia UnitaIl primo scontro nel quale furono coinvolti i Carabinieri ebbe luogo in località La Cava. La mattina del 20 marzo il maresciallo Radetzky ordinò alle sue truppe di varcare il Ticino attraversando il ponte sul Gravellone (un ramo secondario del fiume) a La Cava. La manovra fu avvistata dal luogotenente dei Carabinieri Tommaso Pelizza (responsabile della Luogotenenza di Voghera), che dette l'allarme. In breve tempo si portarono sul posto i militi dell'Arma e un battaglione di bersaglieri al comando di Luciano Manara (eroe della difesa di Roma). Pelizza fu ferito leggermente a una spalla. La richiesta di rinforzi non fu esaudita perché un generale dell'esercito sabaudo, Gerolamo Ramorino, trattenne le sue truppe sull'altra sponda del Po, convinto che quella attuata da Radetzky fosse soltanto una manovra diversiva (al termine della guerra Ramorino fu condannato a morte per insubordinazione). Carabinieri e bersaglieri (nonostante la gravissima inferiorità numerica) mantennero le posizioni per sei ore. Poi furono costretti a ritirarsi.

Federico Costanzo Lovera di Maria, Comandante Generale dal 1848 al 1868Il giorno successivo la linea di fuoco si spostò in località Sforzesca, poco a Sud di Vigevano. Chrzanowski, preoccupato per il ritardo di una divisione, incaricò il luogotenente Massiera di sollecitarne l'intervento. Per eseguire l'ordine Massiera (accompagnato da tre uomini) fu costretto a spingersi nel territorio controllato dagli austriaci: cadde in un'imboscata e fu catturato. I tre carabinieri che lo accom­pagnavano riuscirono a scamparla. A Mortara, intanto, le forze piemontesi subivano una pesante sconfitta che aprì a Radetzky la via verso Novara. Un maresciallo dell'Arma, Angelo Gallo, si spinse in avanguardia al di là delle linee nemiche riuscendo a individuare la posizione di 12mila soldati austriaci. Ma l'informazione non risultò determinante. “All'alba del 23 marzo, nella giornata fredda, grigia e piovigginosa”, racconta Maiocchi, “i piemontesi, stanchi per due giorni di marcia, mal nutriti per difetto del servizio dei viveri, che già si era lamentato nella precedente campagna, attendevano schierati in battaglia l'attacco nemico. L'attesa fu lunga. Solo verso le 11 dall'osservatorio posto sul campanile del Borgo della Bicocca venne segnalato l'avanzare degli imperiali. La forza nemica era in quel momento limitata ad un solo corpo d'armata”. 

L'eventuale impegno di tutto l'esercito sardo su quel fronte avrebbe consentito probabilmente di vincere quella battaglia decisiva. Ma Chrzanowski aveva le qualità e il talento di Napoleone Bonaparte: gli mancava la lucidità indispensabile per muovere rapidamente le truppe sul campo. E la possibile vittoria si tramutò in una sconfitta. Gli austriaci persero più di tremila uomini, tra morti e feriti, ma riusci­rono a piegare la resistenza dell'esercito sardo, nonostante i numerosi atti di eroismo dei quali si resero protagonisti molti ufficiali (fra i quali il duca di Genova, secondogenito di Carlo Alberto). Il re si batté in prima linea (“Cercava la morte”, dissero molti testimoni oculari: “avrebbe preferito cadere sul campo, piuttosto che subire l'onta di una sconfitta”). Il suo coraggio coinvolse anche la scorta dei carabinieri, che subirono parecchie perdite e furono elogiati per il valore dimostrato sul campo.