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Prima di Pastrengo

Alberto Spagnoli, Carabinieri alla battaglia di Staffalo
Nei mesi che precedettero la guerra, i Carabinieri avevano svolto un ruolo molto importante nel controllo delle frontiere con la Lombardia, allo scopo di fornire alla Segreteria di Stato notizie dettagliate sui movimenti degli emissari austriaci. La corte di Torino era preoccupata anche per le notizie che giungevano dal confine occidentale. In Francia era stata appena proclamata la Repubblica, ed era da prendere in considerazione l’eventualità che il nuovo governo transalpino avanzasse pretese sulla Savoia. A rinfocolare timori del genere era giunta da Parigi la notizia della costituzione di un “esercito delle Alpi” al comando del generale Oudinot (lo stesso che un anno più tardi comandò il corpo di spedizione francese contro la Repubblica Romana). Tutte le Forze Armate piemontesi (e in prima fila i Carabinieri) erano in stato di allerta. Nel compito di controllo delle frontiere era compresa anche la prevenzione di eventuali movimenti di volontari. La situazione generale era resa ancor più complicata dall’ambiguità che accompagnava (necessariamente) la trasformazione del ruolo della monarchia sabauda che, in brevissimo tempo, passò dall’assolutismo della restaurazione a un regime costituzionale. «Abituati a identificare i rivoltosi con gli attentatori all’ordine», scrive Gianni Oliva nella sua Storia dei Carabinieri, i militi dell’Arma «si trovavano a fronteggiare un movimento che insorgeva in nome di Carlo Alberto e verso il quale il sovrano aveva pur dimostrato disponibilità concedendo lo Statuto. La creazione di un cordone militare lungo la frontiera orientale, che fosse insieme corpo d’osservazione e misura preventiva, era stata decisa all’inizio di marzo senza indicazioni precise sull’atteggiamento da tenere verso i volontari: “trattenerli sino a quando la guerra non sia dichiarata”, come recitavano le disposizioni reali, era una formula generica che non autorizzava l’eventuale repressione armata, ma che neppure la escludeva. I carabinieri da un lato constatavano la vastità del movimento e la decisione degli insorti (“pare che il piano lombardo sia tutto in rivoluzione e che diversi presidi siano stati fatti prigionieri. A Casale, a Moncalvo, a Mortara si continua la compera della polvere e, con denari provenienti da pubbliche sottoscrizioni, si acquistano pistole”), dall’altro, si opponevano alle manifestazioni più radicali, cercando di smorzare gli entusiasmi popolari (“Sul posto di Gravellona si è sentito tirare il cannone, battere il tamburo e quasi nello stesso momento l’estremo confine austriaco fu visitato da 12 ulani a cavallo, i quali non fecero che mostrarsi e ritirarsi subito al galoppo. Grande fu l’esasperazione prodotta da questo fatto colà. Nondimeno si è riusciti a calmare l’accorsa gioventù armata e a farla rientrare negli alloggiamenti”); dall’altro ancora, “controllavano a distanza i gruppi più numerosi, limitandosi a sorvegliarne le mosse”, fornendo nomi e cognomi delle persone sospette e delle circostanze ritenute a rischio. 
Angelo Cesselon, i Carabinieri nel combattimento di Valeggio
Si lavorava sul filo del rasoio. Soltanto la prudenza estrema (che i Carabinieri furono in grado d’adottare) impedì che la situazione degenerasse in scontri armati fra i volontari e, in generale, i corpi militari. Se ne resero conto anche in seno alla Corte. Uno dei consiglieri più ascoltati dal sovrano scrisse: “Le pressioni dell’opinione pubblica e degli attruppamenti di volontari ci mettono nell’inevitabile alternativa o di mettersi a capo della rivoluzione nazionale, o di lasciarsi trascinare dalla medesima, diretta invece da demagoghi”.
La dichiarazione di guerra sciolse questi nodi, che rischiavano di aggrovigliarsi oltre misura. Al momento dell’entrata in guerra, i carabinieri mobilitati furono 434, tutti a cavallo, al comando del colonnello Paolo Avogadro di Valdengo. Erano ordinati in tre squadroni (affidati ai capitani Carlo Augusto Brunetta d’Usseaux, Luigi Incisa di Camerana, Angelo Bernardino Morelli di Popolo) della forza complessiva di 280 uomini, assegnati al quartier generale per servire di scorta e di protezione al re, e su tre mezzi squadroni, rispettivamente di 54, 52 e 48 uomini, assegnati a ciascuna delle tre grandi unità dell’esercito campale. 
L’azione dei tre squadroni fu quella tradizionale dei reparti in servizio al quartier generale, mentre ai tre mezzi squadroni fu affidato un compito di polizia militare. In questo ruolo i Carabinieri erano stati già impiegati nelle grandi manovre estive degli anni precedenti, distribuiti nei vari reparti per «esercitare con severità una vigilanza continua e specialmente per frenare i predoni». Nelle disposizioni impartite dal Ministro della Guerra il 24 marzo si prescriveva che «i Carabinieri attendano alla polizia militare, invigilino intorno agli uomini isolati che si trovino sulle comunicazioni dell’Armata e operino le traduzioni di uomini che possono occorrere». A questo fine furono istituite Stazioni a cavallo a Piacenza, a Cremona e a Castiglione delle Stiviere, e Stazioni a piedi a Piadena e a Brescia. Tutte le Stazioni dovevano cooperare tra loro e con l’Armata.