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L'armistizio

L'armistizio firmato il 9 agosto 1848 dai generali Hess e SalascoIl 27 luglio il Consiglio di guerra, riunito a Goito, decise di chiedere un armistizio fissando sull’Oglio la linea di demarcazione fra i due eserciti. Il 3 agosto le avanguardie di Radetzky cominciarono a investire Milano. 
Il giorno successivo due generali, accompagnati dai consoli francese e inglese in veste di intermediari, si presentarono al Comando austriaco. 
Il 9 agosto il generale Salasco, aiutante di campo del re, firmò l’armistizio. La popolazione milanese mise l’assedio a Palazzo Greppi, dove si trovava Carlo Alberto. Il portone stava per essere abbattuto: soltanto l’intervento di due battaglioni consentì di portare in salvo il sovrano. Silvio Bertoldi (nella sua biografia di Carlo Alberto, Il re che tentò di fare l’Italia) riporta una malignità (del tutto infondata) che si diffuse in quei giorni, secondo la quale, per nascondersi alla folla, il re indossò un’uniforme da carabiniere. Carlo Alberto con i resti del suo esercito varcò di nuovo il Ticino in direzione del Piemonte. Da Vigevano lanciò un proclama che terminava con questa frase: 
«La causa dell’indipendenza non è ancora perduta». L’armistizio era valido per sei settimane, ma poteva essere prorogato. Nel marzo dell’anno successivo la tregua d’armi fu denunciata. E ripresero i combattimenti, con scarsa fortuna per l’esercito piemontese.