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Gli squadroni al galoppo


Giorgio Olivetti, carica dei Carabinieri a Pastrengo

Per sottolineare quanto quella carica a sciabola sguainata sia entrata nella memoria è sufficiente rilevare il gran numero di dipinti (alcuni dei quali illustrano queste pagine) dedicati all’episodio. Angelo Bernardino Morelli di PopoloUna testimonianza diretta della coraggiosa impresa dei Carabinieri Reali (identica nella sostanza alla ricostruzione di Pinelli) fu offerta dal colonnello di Fanteria Cecilio Fabris, il quale precisò che il suo racconto fu il frutto dei ricordi e del «numeroso carteggio depositato nell’Archivio del Corpo di Stato Maggiore». 
La relazione di Fabris è riportata nella Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri del generale C.A. Arnaldo Ferrara. Ecco i brani testuali riservati all’impresa degli uomini dell’Arma: «La linea di battaglia era ormai coordinata e da un capo all’altro il fuoco sviluppavasi assai vivace. Il re Carlo Alberto seguiva, se pur non precedeva la linea. Ad un tratto nel salire un’altura i cavalli dei carabinieri, che precedevano immediatamente il gruppo reale, dettero addietro per una scarica a bruciapelo da un drappello di soldati austriaci che appiattiti dietro ai cespugli difendevano il ciglio dell’altura. Rapido il maggiore Sanfront portò innanzi al galoppo gli squadroni dei carabinieri di scorta, mentre un plotone dell’8° apriva il fuoco sul nemico. Il Re e quanti lo circondavano, unendosi alla carica dei carabinieri, le aggiunsero impulso. Lo slancio di questa massa di cavalieri scintillanti per l’uniforme, eccitati per il pericolo corso dal Re, imbaldanziti per la vista di Pastrengo che sorgeva davanti a loro, e del nemico che ritirandosi ormai accalcavasi davanti alla borgata, fu segno di vittoria. La carica rimase scolpita nella memoria di quanti la videro, e l’impressione si continuò ai contemporanei che la rammentano come uno dei più bei episodi della campagna. L’impulso si comunicò rapidamente a tutta la linea combattente e precipitò la crisi del combattimento. 
Carlo Augusto Brunetta d'Usseaux
Il generale Wocher, Comandante della divisione austriaca ordinata a difesa delle alture di Pastrengo, vedeva ormai l’urgenza di accelerare la ritirata. Le sue truppe premute sulla fronte dai battaglioni di Savoia, di fianco dai reggimenti di Cuneo, minacciate alle spalle da quelli del Piemonte, arrischiavano di non aver tempo sufficiente per raccogliersi oltre Piovezzano e passare l’Adige. Il nemico, incalzato, cercava di far argine aggrappandosi ai caseggiati, ai gruppi d’alberi, alle prominenze delle alture per guadagnar tempo e rendere meno precipitosa la ritirata». Il re doveva essere protetto. E questo incarico era stato attribuito da tre decenni al Corpo dei Carabinieri Reali: Carlo Alberto, quand’era sul campo di battaglia, metteva da parte tutte le esitazioni e le prudenze del suo carattere. Era coraggioso, agiva allo scoperto, si poneva al comando delle truppe, incurante del pericolo. 
La carica fu raccontata da un testimone oculare, il signor Alessandro Caliari. Ecco la sua ricostruzione: «In quel momento la linea di battaglia era coordinata da un capo all’altro e il fuoco si manifestava intenso, ma con ben varia sorte. Mentre gli imperiali sulla loro destra cedevano al vigoroso attacco dei sardi, la loro sinistra gagliardamente dominava questi, i quali tutt’ora esitanti, per poco non avevano ripiegato. Certo si è che allora si determinò quel fuggevole istante, quell’attimo che, percepito e colto a tempo, strappa la vittoria». Ed ecco infine, per completare il quadro, il racconto di un ufficiale, il capitano Vittorio Gorini: «Distesa, compatta, la massa dei 260 cavalieri, dalla fiammeggiante uniforme di parata, si slancia fieramente al galoppo. Precede il Sanfront, lo seguono il Morelli di Popolo, l’Incisa di Camerana ed il Brunetta d’Usseaux, in testa dei rispettivi squadroni. Raggiunta la strada, l’imponente massa precipita la carica lungo l’erta di Monte le Bionde, tutto travolgendo nel suo passaggio. L’impeto di questa massa austeramente audace, l’infrenabile foga accesa dalla presenza del Re e dal grave pericolo minacciatogli, la vista dell’agognata Pastrengo, furono i fattori morali che segnarono l’esito brillante della carica, come la forza irresistibile di tale esempio, dato al centro ed alla destra dalla linea combattente, e la contemporanea avanzata della brigata Piemonte a minaccia del fianco destro austriaco, determinano la vittoria del 30 aprile 1848».
Luigi Incisa di CameranaUna vittoria che non fu sfruttata appieno. O, forse, non fu sfruttata per nulla. Si poteva varcare l’Adige, si poteva intercettare la strada per Trento, mettendo in seria difficoltà gli austriaci. Carlo Alberto decise che non era il caso. «Pour aujourd’hui, il je n’ai assez». Lo disse in francese, che rimase sempre la sua lingua: «Per oggi ne abbiamo abbastanza». Erano le ore 18 del 30 aprile. La battaglia era vinta. Ma la guerra avrebbe segnato più sconfitte che vittorie: per i piemontesi e per Carlo Alberto in particolare, che sarebbe stato travolto dagli insuccessi militari.