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Le grandi riforme

La cittadinanza acclama Carlo Alberto in piazza Palazzo Ducale a GenovaSi era innescato (non solo in Piemonte) un meccanismo virtuoso che avrebbe fatalmente comportato mutamenti politici e sociali profondi. Non solo nel Regno di Sardegna. L'elezione di Pio IX creò grandi speranze. Il granduca di Toscana Leopoldo II avviò importanti riforme in senso liberale. Carlo Alberto (nel 1847) sostituì un paio di ministri invisi agli ambienti liberali e dichiarò in Consiglio dei ministri di voler avviare riforme nel sistema amministrativo, giudiziario e sanitario (con il codicillo di prammatica: tutto questo non preludeva alla concessione di una carta costituzionale e non intaccava i suoi poteri sovrani). Il 16 settembre 1847 il Ministro degli Interni inviò una nota riservata al Comandante dei Carabinieri Reali Taffini D'Acceglio, nella quale si raccomandava fermezza nei confronti di ogni e qualsivoglia manifestazione pubblica: «Nella necessità di por fine ai popolari assembramenti e alle politiche dimostrazioni, che già incominciate in alcuni luoghi dei Regi Stati minacciano di allargarsi a pericoli ancor più gravi, ha questo Dicastero d'ordine preciso di Sua Maestà diramato ai Sig. Governatori delle Divisioni dello Stato alcune direzioni le quali mirano a ricordare alle politiche autorità che, nonché autorizzare o tacitamente passare dissimulando le adunate popolari, debbono anzi adoperarsi ad impedirle, non potendo esse mai, ancorché dirette ad uno scopo in sé non colpevole, tanto meno poi quando in mira un intento politico andare disgiunte da grave timore e sieno per riuscire a grande nocumento dell'ordine pubblico e privato. Utile espediente ad ottenere un tale scopo viene additato alle autorità politiche quello di chiamare a sé le persone che o per sociale influenza o per altro qualsivoglia buon destro risultassero intese a preparare fra il popolo consimili adunate e di far loro intendere con gli argomenti più persuasivi che è dovere di buon suddito di tenersi confidente alle intenzioni di Sua Maestà a cui sta sommamente a cuore l'onore nazionale». La prosa (faticosissima) lascia trapelare come la Corte intendesse mantenere l'ordine ma non fosse insensibile alle richieste della piazza. 
In quel momento così delicato, i Carabinieri fecero appieno il loro dovere di tutori dell'ordine, attenendosi a un principio di equilibrio e di rigore. Il generale Ferrara cita una comunicazione trasmessa (12 novembre 1847) da Taffini D'Acceglio al Primo Ufficiale della Segreteria di Stato e Ispettore generale della Polizia di Stato, conte Lazari (che di lì a poco sarebbe subentrato a Taffini nel Comando Generale), nella quale (informato che il Comandante della Stazione dei Carabinieri di Stradella aveva partecipato, con i suoi subordinati, a una manifestazione in onore del sovrano), ricordava che l'articolo 256 del Regolamento Generale del Corpo imponeva ai Carabinieri «di non mai prendere parte a veruna festa e di mantenersi costantemente in decoroso contegno» (aggiungendo, tuttavia, che il rimprovero dovesse essere espresso «in via tutt'affatto paterna, segreta e confidenziale»). 
Dai Carabinieri – sottolinea il generale Ferrara – «si pretendeva impassibilità, distacco da ogni sorta di manifestazione, quand'anche di carattere patriottico. D'altra parte, l'immagine di decoro e compostezza che i Carabinieri si erano impressa in trenta anni di esistenza non poteva essere appannata, benché minimamente, neanche manifestando amor patrio». E il generale Ferrara ne trae una conclusione, richiamando l'articolo 256: «Sarà per quell'articolo, ma soprattutto per un senso etico particolarmente sviluppato nei Carabinieri, che essi hanno dato vita al mito della loro serena imperturbabilità. Che poi è alla base della fiducia ispirata nella popolazione».