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E l'Arma si guadagnò la fiducia popolare

Negli anni Quaranta del XIX secolo, il Regno di Sardegna si trasformò in uno Stato meno oppressivo, per volontà della Corona, ma anche sotto la spinta degli ambienti liberali che esercitavano una certa influenza sul sovrano. 
In pari misura subì una positiva evoluzione anche il rapporto della popolazione con i Carabinieri Reali, inflessibili nell'applicare le leggi, ma vicini alla gente. 
Allora come oggi, quasi due secoli più tardi

Pietro Galateri Genola, Ufficiali sottufficiali carabinieri, uniformi dal 1814 al 1843
Nel secondo decennio del suo regno, Carlo Alberto si riconquistò progressivamente la fiducia (condizionata) dei sudditi. Restava, nell'intimo, un sovrano assolutista, nient'affatto propenso a concedere la Costituzione (cosa che fece all'ultimo giorno utile, prima di entrare in guerra con l'Austria), ma più attento alle richieste dei cittadini, e maggiormente incline a svecchiare un apparato statale oppressivo e inefficiente. Personaggio amletico, indeciso su tutto, Carlo Alberto aveva però un senso del dovere molto accentuato. Non prendeva alla leggera il suo ruolo. Invecchiò precocemente, la sua salute peggiorava proprio a causa della mole di lavoro che sbrigava quotidianamente. Un giorno scrisse nel suo diario: «Io dedicai le mie forze al maggior bene della Patria, allo scopo di creare un governo stabile, basato su leggi giuste ed uguali per tutti dinanzi a Dio; per mettere l'autorità regia in condizioni di sfuggire ai più gravi errori e alle ingiustizie, e perciò era necessario che essa rinunciasse definitivamente a immischiarsi nei fatti che sono di esclusiva competenza dei tribunali; per mettere l'amministrazione al riparo dagli intrighi e dagli interessi individuali, e nondimeno animata da spirito progressivo; per favorire l'industria in tutte le sue manifestazioni; per onorare e ricompensare il merito, in qualunque ordine di persone si manifestasse; per creare un esercito che fosse in grado di sostenere gloriosamente l'onore e l'indipendenza nazionale; per introdurre nell'amministrazione delle finanze una disciplina, una economia, una severità tali che permettessero di intraprendere, quandochessia, grandi cose, e nello stesso tempo di non gravare le popolazioni con eccessive imposte tributarie». Era sincero (come lo è chiunque affidi le proprie confessioni, e convinzioni, a un diario). Quella pagina ha il sapore di un «manifesto liberale che qualsiasi uomo politico progressista firmerebbe anche oggi», scrive Silvio Bertoldi nella biografia di Carlo Alberto (Il re che tentò di fare l'Italia), pubblicata una decina di anni fa. «Quella pagina dimostra l'interiore dibattersi nel re dell'istintiva e desiderata e culturalmente compresa necessità di aprire il regno e il Piemonte all'irresistibile irrompere delle novità economiche e sociali». Di aprire le porte alla modernità.

Piazza Castello, manifestazione popolare inneggiante riforme concesse da Carlo AlbertoNon si trattava soltanto di pii desideri. Dal 1840 in poi il regno di Sardegna assunse un volto molto diverso da quello mostrato ai tempi di Carlo Felice. Lo Stato diventava ogni giorno di più progredito e ordinato. Questo era merito del re, «pronto», sottolinea ancora Bertoldi, «ad assecondare ogni iniziativa riformatrice purché non si parlasse di Costituzione, ossia di limitazioni ai poteri della monarchia. Superate le burrasche mazziniane, Carlo Alberto si domandava se il destino non avesse affidato a lui il compito di ingrandire il regno. Difficile dire se pensasse veramente all'unità d'Italia sotto Casa Savoia. Per il momento, forse, gli bastava immaginare i suoi domini estesi alla Lombardia e ai ducati dell'Italia centrale (Modena, Parma, Lucca, Firenze). Venezia esulava dai suoi sogni. Venezia voleva dire un importante porto sull'Adriatico che avrebbe potuto fare concorrenza a Genova. Meglio lasciar perdere. Ma per realizzare questi ambiziosi progetti si sarebbe dovuto, prima o poi, fare i conti con l'Austria».