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Droga e falsari

i falsi certificati del Tesoro in ECU rinvenuti in una tipografia milanese dai militari dell’Arma all’inizio del 1989A insospettire i carabinieri del Reparto Operativo della Legione Carabinieri di Roma e quelli del Reparto Antidroga era stato un indizio apparentemente di poco conto: come faceva un piccolo commerciante di aragoste, con un passato da contrabbandiere e una passione per i viaggi oltreoceano, a ostentare un tenore di vita tanto elevato? Un vaso di Pandora, quello di lì a poco scoperchiato dai militari di Roberto Conforti e Gennaro Niglio, che dopo mesi di controlli, pedinamenti, intercettazioni telefoniche e trasferte all’estero, agli inizi dell’89 riuscirono a smantellare due organizzazioni di trafficanti di droga, ad arrestarne quattordici componenti e a sequestrare 42 chili di cocaina: una quantità di polvere bianca sufficiente a preparare duecentomila dosi. Tante ne sarebbero arrivate, sul mercato romano, se i militari dell’Arma non fossero riusciti a mettere a punto l’operazione che molto risalto ebbe nelle cronache del 1989.

Ma torniamo ai fatti. Fu seguendo a ritroso la pista del commerciante di aragoste che i carabinieri romani giunsero in Costa del Sol, nota riviera turistica spagnola ma anche importante crocevia del traffico internazionale di cocaina. Era qui, infatti, che i trafficanti romani prendevano contatto con i corrieri provenienti dal Sudamerica, luogo privilegiato di produzione della “neve”. In Costa del Sol, accertarono però i militari, la pista si sdoppiava: una traccia portava in Argentina, l’altra a Bogotà, in Colombia. Oltre alla banda che faceva capo al commercainte, perciò, ne veniva individuata un’altra, capeggiata da un boss del clan Santapaola entrato nel potente “cartello di Medellìn”.

Gli uomini dell’Arma si mossero con determinazione e pazienza, aspettando che le due bande organizzassero quella che sarebbe stata la loro ultima consegna di droga. I primi a finire in manette furono due corrieri venuti dall’Argentina, sopresi mentre consegnavano borse contenenti dieci chili di cocaina ai loro colleghi romani nei pressi del laghetto dell’Eur. Lasciando libero il commerciante di aragoste, i carabinieri riuscirono a incastrare di lì a poco altri uomini della gang, recuperando ulteriori cinque chili di droga. Si chiudeva, nel frattempo, la pista colombiana, con l’arresto a Ostia, nei pressi di Roma, del boss mafioso e di un corriere di Medellìn: nella valigia che stava consegnando ai trafficanti italiani, quindici chili di polvere bianca, che verranno sequestrati insieme ai dodici ritrovati nella casa del boss.

L’inizio del 1989, però, si sarebbe ricordato negli annali dell’Arma non solo per l’operazione appena descritta. Mentre infatti i militari romani erano impegnati a seguire la scia bianca che dal Sudamerica arrivava alla Capitale, i carabineri del Nucleo Operativo del Gruppo “Milano I” scoprivano un sodalizio criminale che si apprestava a sfruttare le occasioni offerte dall’entrata in vigore del Mercato unico europeo. Era una tipografia in tutto e per tutto simile a quella di Totò e Peppino nel film I falsari, quella nella quale tre insospettabili artigiani stampavano falsi certificati del Tesoro in Ecu, la moneta della Cee, con l’idea di smerciarli nei dodici Paesi della Comunità nei quali, in base alle nuove norme, sarebbero stati pagati a vista in tutte le banche. Un vero capolavoro il cliché usato dai falsari milanesi, nel cui ripostiglio i carabinieri ritrovarono 148 chili di carta filigranata pressoché perfetta, il cui colore rosa era stato ottenuto dopo sei mesi di prove, mescolando colori diversi.