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Al servizio della gente

Quinto Cenni, Le uniformi del 1833La fiducia e la stima della gente i Carabinieri se l’erano già conquistata con il lavoro quotidiano contro la criminalità, con i pattugliamenti che garantivano la sicurezza, con la presenza sul territorio, con la vicinanza umana che è da sempre una caratteristica dell’Arma. La “prossimità” fu, fin dai primi anni di attività, una delle principali (e più apprezzate) funzioni attribuite ai Carabinieri. Ci fu un’occasione specifica che rese proverbiale la dedizione e lo spirito di sacrificio con i quali i militi con la lucerna svolgevano il loro compito in aiuto degli altri: l’epidemia di colera che colpì nella seconda metà degli anni Trenta l’Italia intera. Non esisteva allora la Protezione Civile, e l’assistenza a chi aveva bisogno di aiuto era, in larga misura, di natura volontaria. I carabinieri lavorarono in prima linea, come sarebbe accaduto da allora in poi in occasione di tutte le grandi calamità naturali. Si guadagnarono la riconoscenza (e l’ammirazione) di tutti per l’abnegazione e il coraggio con i quali intervennero quotidianamente ovunque ci fosse gente in grave difficoltà.  Le prime avvisaglie dell’epidemia si ebbero nell’estate del 1835 con alcune morti improvvise nel carcere di Villafranca. Si sapeva, da alcune settimane, che il colera stava mietendo numerose vittime nelle località costiere della Francia. Non era stato preso alcun provvedimento per prevenire il diffondersi del morbo. Quando ci si rese conto che si trattava ormai di un’autentica emergenza, fu disposto un cordone sanitario. «Prevenzione e repressione finivano per sovrapporsi e confondersi», racconta Gianni Oliva, «e alle truppe incaricate di delimitare l’area del contagio venivano impartiti ordini severissimi: far fuoco su chiunque tardasse a obbedire all’ingiunzione di arrestarsi e di retrocedere, e impedire sbarchi clandestini lungo il litorale facendosi eventualmente coadiuvare da gruppi di civili armati. Ai carabinieri, in particolare, era affidata la sorveglianza della zona costiera, dove nelle ore notturne operavano anche tre cannoniere della Regia Marina che perlustravano il largo. Nonostante queste misure eccezionali, l’epidemia si diffondeva in tutta la Liguria e nelle province di Cuneo e Alessandria, riducendosi nell’inverno per ricomparire più grave nella primavera dei due anni successivi». Il panico era il sentimento più diffuso. Uno storico militare descrisse la situazione in questi termini: «Prive di medici, di medicine, di ospedali, le popolazioni si abbandonarono, specie nei centri minori, ad atti di superstizioso terrore. Sperando di impedire il diffondersi del male, in alcuni luoghi i paesani postisi a guardia degli abitati ne vietarono con le armi a chiunque l’accesso; in altri, disertate le case, lasciarono insepolti i cadaveri e privi di assistenza gli ammalati».
Ai carabinieri fu affidato il compito di isolare le zone più colpite e di garantire il mantenimento dell’ordine. Ma fecero molto di più rimboccandosi le maniche, rischiando di persona per aiutare chiunque chiedesse soccorso. Poco tempo dopo, nel 1839, lo straripamento del Po e di altri fiumi nel Piemonte vide di nuovo i carabinieri in prima linea, per contenere i danni e mettere in salvo chi era rimasto isolato. Come nel Polesine sessant’anni fa, o a Firenze nel 1966. Una storia che si ripete da quasi due secoli.