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Le testimonianze del figlio

Dalla Chiesa il giorno della nomina a Vice Comandante Generale dell’Arma, con il Comandante Generale Lorenzo Valditara e con il suo predecessore Vito De SanctisIl figlio del generale, Nando Dalla Chiesa, ha scritto (Delitto imperfetto): «L’operazione culturale che, come prefetto, mio padre compie è quella che si esprime nel ricorso al verbo oltre che al sostantivo “potere”: l’operazione, cioè, di saldare tra loro i concetti di legge e di libertà sconvolgendo gli schemi dell’egemonia culturale mafiosa. Riunisce i sindaci dei piccoli comuni del Palermitano. In particolare orga­nizza una riunione a Corleone con quindici sindaci. Li invita a denunciare a lui senza paura tutti i casi di pressione cui siano sottoposti per appalti e piani regolatori». Qualche settima­na dopo, è la volta delle scuole, per un coinvolgimento dei giovani nella di­fesa del diritto alla libertà e alla vita: «Non va a fare il pedagogo, a modifi­care pazientemente la mentalità ma­fiosa o rassegnata dei giovani. Che i giovani siano portatori di speranza per lui è scontato. Va nelle scuole per far capire ai giovani che lo Stato è lì per offrirsi loro come punto di riferimento nelle loro aspirazioni di libertà. Crea un’antitesi concreta al potere mafioso».

La creazione di un’atmosfera generale di fiducia nello Stato, la speranza che la volontà di debellare la mafia fosse effettiva e determinata erano le premesse per una battaglia vincente. Là dove lo Stato era risultato spesso latitante, dove la legge delle cosche aveva sopraffatto il diritto, l’azione del generale Dalla Chiesa ristabiliva una presenza e un riferimento. «Individuata la mafia non come entità metafisica ma come concreto modo di esercizio del potere, riferibile a specifiche persone e a specifici gruppi, al cittadino siciliano vengono presentati in modo del tutto nitido due poli di riferimento», scrive ancora Nando Dalla Chiesa. «La mafia che nega e confisca i diritti e lo Stato di diritto in cui il suddito si trasforma in cittadino. L’alternativa è secca per un semplice motivo. Che ora la mafia ha poco da infilare lamentazioni sull’assenza dello Stato di cui essa sarebbe meritorio (e popolare) surrogato. Ora lo Stato c’è, ed enuncia il suo programma più volte. Chiama a raccolta intorno a sé gli uomini onesti. Viene insomma demistificata in profondità l’ideologia della mafia e la si obbliga a uscire allo scoperto, a dimostrare che essa esige l’assenza dello Stato di diritto. Né le si lascia l’alibi plautino di poter accusare lo Stato di complicità o di connivenza. Le trincee sono finalmente chiare. Si ha solo da scegliere in quale schierarsi. E il polo antimafioso ha dalla sua l’immensa forza aggiuntiva che gli deriva dall’essere non il “partito dell’opposizione”, bensì lo Stato».

Sottolinea Gianni Oliva: «Nella coscienza collettiva, Dalla Chiesa rap­presenta il sacrificio in nome della legalità, l’ordine che per difendersi è costretto a pagare prezzi di sangue altissimi, il corrispettivo militare di quello che i giudici Falcone e Borsellino hanno costituito per anni in campo civile». 
L’immagine di Dalla Chiesa assassinato riassume quella, anonima e sconosciuta, di tanti carabinieri caduti in servizio nella storia dell’Italia repubblicana (dal 1946 al 1991, 1.133 morti e 105.960 feriti). «Immagine di dedizione e di lealtà», secondo Oliva, «che nell’opi­nione comune suscita un istintivo consenso; ma anche, a una lettura più attenta, immagine della debolezza di uno Stato che ha spesso mandato colpevolmente i suoi uomini allo sbaraglio, esponendo in primo luogo carabinieri e giudici agli attacchi della criminalità mafiosa o terrori­stica, come dieci anni dopo via Carini hanno ancora dimostrato gli attentati contro gli uomini di maggior prestigio del pool antimafia».