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L’assassinio del Generale Dalla Chiesa

L’ex Vice Comandante Generale dell’Arma, nominato Prefetto a Palermo, venne ucciso (insieme con la moglie e l’agente di scorta) in un attentato mafioso. Nella memoria comune, è rimasto come un simbolo della fedeltà dei Carabinieri alle Istituzioni, e come un uomo che non si arrese mai nella lotta contro la criminalità

la A112 nella quale trovarono la morte il prefetto e sua moglie

Il 3 settembre 1982, in un agguato mafioso, fu ucciso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, da pochi mesi Prefetto di Palermo. Due killer a bordo di un’auto di grossa cilindrata aprirono il fuoco contro la macchina nella quale si trovavano il generale e la moglie Emanuela Setti Carraro; altri esponenti del commando uccisero poi l’agente di servizio Domenico Russo che viaggiava su un’auto di scorta. Per l’omicidio Dalla Chiesa, di sua moglie e di Domenico Russo, furono condannati all’ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nené Geraci.

il generale Dalla ChiesaPiù volte nella sua lunga carriera il generale si era trovato in prima fila nella lotta contro la mafia. Da capitano, nel 1949, a Corleone, in Sicilia, aveva identificato Luciano Liggio come responsabile di un omicidio. Era tornato nell’isola nel 1966 come Comandante della Legione Carabinieri. Dal 1975, rientrato nel continente, aveva ottenuto importanti risultati, soprattutto nelle indagini per individuare molti esponenti di primo piano delle Brigate Rosse. Quando gli fu offerto l’incarico di Prefetto di Palermo, il generale chiese poteri eccezionali. S’impegnò per l’adozione di leggi speciali quali la “Rognoni-La Torre”, approvata dieci giorni dopo la sua morte, che prevede il delitto di associazione mafiosa e il sequestro dei beni agli affiliati.

Sul luogo dell’agguato, qualcuno pose un cartello: «Qui è morta la speranza dei siciliani onesti».  
Ha scritto Gianni Oliva (Storia dei Carabinieri, dal 1814 a oggi): «La figura di Dalla Chiesa, con la sua notorietà, il suo attivismo, la sua stessa tragica fine, assume un valore emblematico dal quale non si può prescindere: l’anomalia di un generale dei Carabinieri diventato personaggio pubblico di primo piano e salutato da più parti come “salvatore della patria” è indicativa di un protagonismo a cui l’Arma è stata chiamata negli ultimi anni, quando lo Stato le ha affidato la difesa della sua stessa credibilità, prima contro il terrorismo politico, poi contro la criminalità mafiosa. L’attentato di via Carini e la figura del generale si caricano così di un valore simbolico che va al di là del singolo episodio e possono a buon diritto entrare nella storia dell’Arma come “immagine” e “autorappresentazione”».

la moglie Emanuela Setti CarraroL’emergenza mafia, che avrebbe portato alla nomina di Dalla Chiesa come Prefetto di Palermo, scattava nella primavera del 1982. Le nuove dimensioni del fenomeno erano note da tempo: l’estensione della geografia degli interessi mafiosi, le connessioni operative al Nord e all’estero, lo sviluppo di attività imprenditoriali nelle quali venivano riciclati i proventi del traffico di stupefacenti imprimevano alla mafia una dimensione cri­minale prima sconosciuta, di cui era naturale conseguenza l’aumento della criminalità economica e di quella cosiddetta del “colletto bianco”».

Nei cinque anni precedenti erano stati uccisi in provincia di Palermo, fra gli altri, il tenente colonnello dei Carabi­nieri Giuseppe Russo, il giornalista Mario Francese, il capo della squadra mobile Boris Giuliano, il consigliere istruttore Cesare Terranova, il segretario provinciale della Democrazia cristiana Michele Reina, il capitano dei Cara­binieri Emanuele Basile, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa, il capo del governo regionale Piersanti Mattarella; nel 1981 i delitti di stampo mafioso erano stati 101, nei primi mesi del 1982 una trentina. Il 30 aprile 1982, infine, era stato assassi­nato Pio La Torre, leader comunista dell’isola, impegnato in prima persona nella lotta antimafia. L’emozione suscitata dal delitto affrettava i tempi di una decisione già maturata in ambito governativo e lo stesso giorno il generale Dalla Chiesa arrivava a Palermo con l’incarico di coordinare la battaglia contro la mafia. «La consapevolezza delle insidie che l’incarico nascondeva e la difficoltà di movimento in un terreno che coinvolgeva interessi economici e politici estesi», scrive ancora Oliva, «inducevano il generale a un’azione articolata, tesa a creare consenso e appoggio a livello di opinione pubblica e a mobi­litare la popolazione siciliana a fianco delle forze dell’ordine impegnate nelle indagini e nella ­repressione».