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La missione in Libano

Un carabiniere in postazione a BeirutPiù di qualunque reportage giornalistico, fu un romanzo di Oriana Fallaci (Insciallah) a raccontare la condizione dei soldati italiani in missione a Beirut negli anni Ottanta, quando la morte era in agguato ad ogni ora del giorno. Un soldato, in uno di quei giorni, scrive una lettera «alla moglie che non esisteva». Si trattava di «dodici pagine fitte che all’alba chiuse in una busta indirizzata a se stesso». Ecco i primi capoversi di quella missiva che ha il sapore di un testamento: «Scrivo questa lettera nello stato d’animo d’un uomo che forse vive l’ultima notte della sua vita, cara, e se sopravvivo la distruggerò. (Le lettere scritte con la morte in faccia reggono solo quando chi le ha scritte è morto. Nel caso contrario suonano imbarazzanti, ridicole. E se ha un minimo di orgoglio anzi di humour, l’autore se ne vergogna.) Morirò, moriremo? Sopravviverò, sopravviveremo? Entrambe le ipotesi sono valide, cara. Infatti i miei colleghi oscillano su un’altalena che dal più completo ottimismo scivola nel più completo pessimismo: ora dicono che niente ci minaccia, che tutte e tre le navi lasceranno indenni le acque di Beirut, ora dicono che il terzo camion arriverà e verrà proprio da quelle acque per colpire la nave con cui viaggeremo noi del Comando. Io però temo la prima ipotesi, mi aspetto di morire, perché... Dio, quanto può essere maligna la sorte, anzi sadica!». Intanto, fuori dell’accampamento italiano, «incrostati di sangue, sciancati, tignosi, alcuni con un occhio solo, un orecchio solo, tre zampe e basta, eppure bellissimi, morti milioni di volte, miliardi di volte, oppure vivi, vivi quindi immortali, quella notte i cani randagi tornarono a invadere la città».

carabinieri in azione nel LibanoNella primavera del 1978 elementi palestinesi armati si erano schierati nel sud del Libano, vicino al confine con Israele. L’11 marzo un commando aveva attaccato una postazione israe­liana. Furono parecchi i morti, da una parte e dall’altra. L’Organizzazio­ne per la Liberazione della Palestina, guidata da Yasser Arafat, rivendicò la responsabilità dell’attacco. Tre giorni più tardi ci fu la reazione di Israele, che in pochi giorni occupò la regione meridionale del Libano. Il governo di Beirut presentò una vibrata protesta alle Nazioni Unite. Il 19 marzo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò una risoluzione di condanna e decise l’invio di caschi blu, con il compito di formare una zona di interposizione tra palestinesi, israeliani e libanesi che prese il nome di Unifil (United Nations Interim Forces in Lebanon). L’Italia partecipò alla missione Unifil dal mese di agosto del 1979 inviando in Libano un reparto interforze con 52 unità, in sostituzione di un Nucleo Elicotteri norvegese. Il nostro Paese aveva dislocato nel tempo uno Squadrone Elicotteri con compiti di polizia militare per monitorare il rispetto degli accordi di pace nel Libano meridionale. A questo Squadrone del I Raggruppamento dell’Aviazione Leggera dell’Esercito furono aggregati 4 carabinieri elicotteristi. La situazione peggiorò drammaticamente quando esplose la guerra civile in Libano. Le forze internazionali impegnate nel Sud del Paese erano assolutamente insufficienti per garantire la pace. Nella tarda primavera del 1982 gli israeliani lanciarono una nuova offensiva nel tentativo di neutralizzare le basi logistiche palestinesi. La diplomazia internazionale si mobilitò nella ricerca di una soluzione. 

Una prima missione di peace keeping con una Forza Multinazionale (Fmn), che iniziò il 20 agosto e terminò l’11 settembre 1982, fu decisa dalle Nazioni Unite per garantire l’evacuazione sicura dell’Olp da Beirut, assediata dagli israeliani. Questa missione, racconta Maria Gabriella Pasqualini (Missioni dei Carabinieri all’estero), «fu organizzata sulla base di un accordo bilaterale stipulato fra Stati Uniti, Francia e Italia da un lato e Libano dall’altro. La Forza Multinazionale aveva un man­dato di 30 giorni, rinnovabile, per garantire la sicurezza dei palestinesi e dei libanesi di Beirut. L’intervento di questa Forza, in realtà, durò complessivamente 19 mesi, divisi in due periodi diversi: il primo fu dal 20 agosto al 13 settembre 1982 (ritiro ufficiale della Forza Multinazionale); il secondo, con un’altra Forza Multinazionale, dal 24 settembre 1982 al 6 marzo 1984».

carabinieri in azione nel LibanoL’Italia «su richiesta del Vice Primo Ministro e del Ministro degli Affari Esteri libanese, inviò un battaglione a far parte della Forza Multinazionale. La prima missione, che operò sul territorio dal 26 agosto all’11 settembre 1982, con 519 unità, fu affidata al 2° Battaglione Bersaglieri “Governolo”, del quale faceva parte un plotone di carabinieri; la seconda fu inviata il 24 settembre dello stesso anno e operò fino al 6 marzo 1984, data di partenza dal Libano della Compagnia Paracadutisti dei Carabinieri, ultimi militari italiani a rientrare in patria. In media furono presenti 2.300 uomini».

Il contingente italiano, al pari di quello francese e americano, non sarebbe stato inserito nei gruppi tattici libanesi, ma sarebbe stato schierato, come forza di interposizione, lungo il settore meridionale della cosiddetta Linea Verde, la linea di demarcazione che divideva Beirut in un settore musulmano ed uno cristiano. Ogni contingente restava sotto il comando e il controllo operativo dell’autorità militare nazionale designata. Un Comitato militare, formato dai comandanti dei singoli contingenti, avrebbe garantito il coordinamento tecnico in collegamento con un Comitato politico composto dagli ambasciatori dei Paesi di appartenenza dei singoli contingenti e dal rappresentante del governo libanese.

Alla Missione Libano 1 parteciparono due Compagnie di Carabinieri Paracadutisti del Battaglione “Tuscania” e un Plotone rinforzato del III Battaglione Carabinieri Lombardia con compiti di polizia militare: in totale, circa 300 uomini. Dei 75 militari italiani feriti in Libano, 13 erano Carabinieri (fra di loro anche il Comandante del “Tuscania”).

«I carabinieri del Plotone di Polizia Militare, operanti alle dipendenze del Comando di Raggruppamento, hanno assolto», ricorda la Pasqualini, «compiti relativi a: polizia giudiziaria militare e comune; infortunistica stradale; scorta ad autocolonne; scorta alle personalità diplomatiche e militari. Hanno curato la vigilanza e la sicurezza della sede del Comando del contingente; hanno garantito la sicurezza degli accampamenti e delle installazioni logistiche e provveduto ai pattugliamenti notturni con compiti di controllo e di collegamento delle postazioni. Le attività espletate dai carabinieri in Libano hanno riguardato anche l’opera di prevenzione, e in taluni casi di repressione, dei reati connessi allo spaccio di stupefacenti: Beirut era infatti uno dei luoghi più attivi per il commercio di droga e l’opera svolta dall’Arma è stata di grande utilità per acquisire nuovi elementi di lotta contro il fenomeno».