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La morte di Leonardi e Ricci

Approfondimenti

La strage di via Fani

La scena dell’attentato in via Fani. In basso: i mazzi di fiori deposti dalla gente sul luogo della strageRoma si fermò, l’Italia intera si fermò. Quando Bruno Vespa annunciò in un’edizione straordinaria del telegiornale quel che era accaduto in via Fani, accadde più o meno quel che sarebbe accaduto 23 anni dopo, in tutto il mondo, quando apparvero sui teleschermi le immagini dell’attacco terroristico contro le Torri Gemelle. Incredulità, angoscia, terrore per il futuro, incapacità di comprendere. Quella mattina del 16 marzo 1978 era in programma alla Camera il voto di fiducia sul governo Andreotti, il primo con l’appoggio del Partito comunista. Vespa non riusciva a nascondere il proprio turbamento, proprio come il giornalista del Tg accorso sul posto, Paolo Frajese. Tutti si domandavano quale organizzazione terroristica fosse autrice di quel terribile attentato, destinato a cambiare la storia d’Italia. L’incertezza fu sciolta poco dopo, quando le Brigate Rosse rivendicarono la strage. La gente aveva imparato da qualche anno a conoscere la sigla Br. Erano gli autori del sequestro di Mario Sossi, dell’omicidio del Procuratore di Genova Francesco Coco, della gambizzazione di alcuni giornalisti (fra i quali Indro Montanelli). I capi storici dell’organizzazione erano stati arrestati ed erano sotto processo a Torino per le stragi compiute in precedenza. Ma, con tutta evidenza, il movimento non aveva sofferto per la propria decapitazione. Era un gruppo fortemente ideologizzato, che godeva di appoggi esteri, che si proponeva di abbattere il sistema, colpendo al cuore lo Stato. E l’attentato a Moro rappresentò il punto più alto della lotta contro le istituzioni scatenata dalle Br. i funerali dei cinque uomini della scortaA via Fani furono uccisi i cinque uomini della scorta del leader democristiano, due dei quali appartenevano all’Arma. I due carabinieri erano il maresciallo Oreste Leonardi (guardia del corpo di Moro) e l’appuntato Domenico Ricci: gli altri tre erano i vice brigadieri di Pubblica sicurezza Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi, e l’agente Giulio Rivera.

Paolo Frajese, inviato del Tg1, scrisse per Il Carabiniere il pezzo di cronaca dedicato alla strage di via Fani. «Fuori c’era folla che aspettava. Ogni tanto i cordoni si aprivano quel tanto che bastava per far passare otto o dieci persone, non di più. Ma nessuno protestava per la lentezza dell’attesa. Dentro la camera ardente dell’obitorio, a Roma, c’era appena lo spazio per muoversi. Le luci attenuate, al centro il corpo del maresciallo Leonardi, ai lati quelli dei suoi colleghi. Intorno alle bare le famiglie: madri, figlie e figli, padri. Tutti con un dolore vivo, ma estremamente dignitoso. Guardavano fissi, per l’ultima volta, il viso del loro caro, come a fissarlo indelebilmente anche negli occhi, oltre che nel cuore. E le luci della televisione, i lampi dei fotografi che si accendevano a tratti. Le guardie di Ps e i carabinieri che prestavano servizio d’onore potevano sì controllare i loro muscoli, rigidi nella posizione di attenti, ma non potevano controllare le lacrime che scendevano lungo le loro guance. Un capitano di Polizia cercava di affrettare i visitatori, “fate presto, per piacere, c’è tanta gente che deve ancora entrare”, ed ecco che si formava una fila anche per uscire, e quelli che entravano e quelli che uscivano, sfiorandosi, si guardavano negli occhi e capivano di essere animati dagli stessi sentimenti. Fuori della camera ardente molti colleghi dei cinque morti. Stavano da parte, in piccoli gruppetti, senza parlare. Avevano salutato per l’ultima volta i loro colleghi, i loro amici, erano usciti per lasciare il posto ad altri, ma non si decidevano ad andarsene. E guardavano quasi con irritazione i fotografi e i giornalisti che facevano il loro lavoro. A volte il giornalista si sente ingombrante, fuori posto, con la presenza vistosa dei riflettori, delle cineprese. A volte i fotografi sono invadenti, pronti a litigare ad alta voce, oltre che con i gomiti, per scattare la foto migliore. E invece i fotografi lavoravano in silenzio, gli occhi pieni di lacrime: evitavano di guardare in faccia i loro colleghi, perché avevano paura di non sapere più trattenersi. I lampi continuavano a scattare, ed era difficile riuscire a far parlare i colleghi dei cinque morti. E quando parlavano erano commenti talvolta amari: “Oggi tutti sono qui, oggi se ne parla, tra cinque giorni non se ne parlerà più e tutti se ne saranno dimenticati”. E il cronista non rispondeva, stava zitto perché era difficile rispondere a chi diceva queste cose con l’amarezza di averle troppo spesso sentite ripetere. Eppure c’era una risposta per quegli uomini, c’era una risposta che non occorreva dare con le parole: era la folla che rispondeva, la folla che aspettava disciplinatamente il suo turno per entrare nella camera ardente, la folla composta da gente normale, da donne che avevano lasciato per qualche ora le faccende di casa per andare a dare l’ultimo saluto a quei poveri figli, da studenti e giovani lavoratori ben lontani da quel “cliché” nel quale si vuole comprendere con troppa facilità tutta la gioventù del nostro Paese, da vecchi che forse avevano già pianto i loro lutti e adesso venivano a piangere il lutto di altri vecchi, sconosciuti eppure così simili a loro. Una folla composta da gente normale, da gente di tutti i giorni che pure sa capire quando è arrivato il giorno per pensare e per ricordare. Eccola, la risposta. Ed eccola, la cosa forse più importante di quella tragica giornata, del tragico agguato di via Fani. Un Paese che sembrava capace di assorbire tutto, che sembrava capace di farsi scorrere sulla pelle notizie che solo qualche anno fa sarebbero state da prima pagina e che gli stessi giornali relegavano ormai nelle pagine interne, un Paese che la mattina dopo dimenticava, aveva finalmente capito che bisognava mettere un punto, che bisognava pensare, che bisognava meditare. Chi la sera di quel tragico giovedì 16 marzo avesse girato per le vie di Roma, come per le vie di qualsiasi altra città, non avrebbe trovato nessuno. Pochi i passanti, poche le automobili. E non, come qualcuno ha scritto, perché la gente avesse paura: perché, davanti ad avvenimenti come questi che il nostro Paese sta soffrendo, la reazione istintiva è quella di chiudersi nel proprio guscio, di stringersi intorno ai propri cari, di guardarsi in faccia e di cercare di capire. Roma – e a Roma quel sabato di marzo era presente, idealmente, tutta Italia – ha salutato i cinque Caduti. Carabinieri e guardie di Ps, uniti prima dal sentimento del loro dovere, e uniti poi dalla morte».