Menu
Mostra menu

Il terrorismo altoatesino e le grandi calamità

Fino al 1967 i militari dell’Arma furono impegnati nella drammatica lotta contro gli indipendentisti sudtirolesi. Nel 1966 e nel 1968 dettero un contributo determinante per il soccorso alle vittime di due sciagure naturali di proporzioni enormi: l’alluvione che colpì la città di Firenze e il tremendo terremoto che distrusse il Belice

L’attentato del giugno 1967 nel quale perse la vita il capitano dei Carabinieri Francesco Gentile, insieme al sottotenente Mario Di Lecce e al soldato paracadutista Marcello Fagnani (disegno di Giorgio Cantelli)
Dopo la “notte dei fuochi” del giugno 1961, la situazione in Alto Adige rimase tesa, anche se per tre anni non si verificarono attentati particolarmente efferati. Il 3 settembre 1964 cadde in un’imboscata a Selva dei Molini un carabiniere, Vittorio Tiralongo. Sei giorni dopo un sottufficiale e quattro militi furono feriti gravemente sulla strada Rasun-Anterselva. Solo ventiquattr’ore più tardi la stessa sorte toccò a un altro milite. Al fianco dei commilitoni in uniforme, operavano dietro le quinte gli uomini dei Servizi segreti. Fu istituito un centro di controspionaggio a Bolzano, guidato dal maggiore Pignatelli, che dipendeva direttamente dal colonnello Monico, responsabile per l’intero Alto Adige. Durante tutto il 1963 erano divampate le polemiche, talvolta scatenate da fiancheggiatori dei terroristi, sui presunti metodi sbrigativi delle Forze dell’ordine, sull’uso di agenti provocatori in Italia e all’estero, sulla presunta responsabilità per una serie di attentati di ritorsione avvenuti in Austria.

Una delle mosse vincenti compiute in quel periodo fu rappresentata da un accordo stipulato nel 1964 con i servizi austriaci per sollevare le coperture di cui godevano i fuoriusciti tirolesi. Gli estremisti (che probabilmente miravano a ripetere le gesta del patriota Andreas Hofer contro gli occupanti napoleonici) replicarono brutalmente alzando il livello dello scontro. Il 26 agosto 1965 i terroristi attaccarono la caserma dei Carabinieri di Sesto Pusteria. Non si trattò di un attacco in piena regola, ma di una scorribanda: dalla finestra della cucina, arrivò una gragnola di piombo. Il carabiniere Palmieri Ariu venne fulminato sulla porta della cucina ed il carabiniere Luigi De Gennaro spirò all’ospedale di San Candido-Innichen. Due mitra avevano sparato trentatre colpi a una distanza di tre metri dalla finestra. Dalle indagini condotte dalla legione di Bolzano, emersero pesanti sospetti a carico di quattro fuoriusciti, già ritenuti responsabili della morte del carabiniere Tiralongo. L’allora presidente del Consiglio, Aldo Moro, rese omaggio ai due caduti.

Fu probabilmente questo tragico episodio a decidere le sorti della campagna antiterroristica. Un anno dopo fu stabilito uno stretto coordinamento tra il Sifar e gli analoghi servizi informativi e di polizia. I frutti non si fecero attendere: la rete di sorveglianza divenne sempre più stretta e le complicità intorno ai terroristi si smagliarono gradualmente. A livello politico si cominciò a mettere insieme quel pacchetto di provvedimenti a tutela della minoranza tedesca (pacchetto Moro) che avrebbe privato il movimento separatista di qualunque sostegno (anche da Vienna), aprendo un periodo di tranquillità e di pace nella regione sconvolta.

Ma prima di arrivare a questo esito altri carabinieri caddero vittime della guerriglia. La notte del 25 giugno 1967 saltò l’ennesimo traliccio, provocando la morte dell’alpino Armando Piva. Una squadra fu chiamata sul posto per la necessaria opera di bonifica della zona circostante (la “bonifica” è, nel gergo degli artificieri, l’ispezione sistematica e accurata alla ricerca di un qualunque ordigno esplosivo: pro­ietto d’artiglieria inesploso, mina, e così via. Quando si ha a che fare con trappole esplosive, le precauzioni vanno raddoppiate: si tratta di aggeggi infernali, escogitati con tutta la raffinatezza di cui una mente umana è capace).

La squadra era composta dal capitano Francesco Gentile, dal sottotenente Mario Di Lecce e dai sergenti dei paracadutisti Olivo Dordi e Marcello Fagnani. Con il passare delle ore, ogni anfratto venne setacciato, ogni pendio controllato meticolosamente dai quattro uomini, che si muovevano con perfetto coordinamento. Due avanti, due dietro a spazzare il terreno con lo sguardo. Verso le due del pomeriggio, l’ispezione sembrava conclusa. I quattro imboccarono la strada carrabile che conduceva al fondo. Una vampata accecante maciullò tre uomini: soltanto il sergente Dordi si salvò per miracolo.
Giorgio Maiocchi (Carabinieri. Due secoli di storia italiana) racconta con commozione le scene che seguirono l’eccidio: «Li portarono a valle a spalle, come gli antichi eroi morti in guerra. Ma era una guerra, quella? O era una subdola spirale di agguati nella quale non si sa mai chi è amico, chi è nemico, chi a favore e chi contro? I carabinieri tutelavano e difendevano il diritto di uno Stato sovrano: perché dovevano morire in quel modo? Le bare, sommerse di fiori, erano quattro nella cattedrale di Belluno, chiamata a rappresentare il cordoglio di tutta la Nazione». I tre carabinieri e l’alpino Piva. «Quattro morti e un intero Paese sgomento: il ministro della Difesa assicurava che non si sarebbe data tregua ai terroristi, ma la gente aveva paura. Una corona gigantesca di fiori, portata da due corazzieri, rappresentava il presidente della Repubblica. Davanti alle salme sfilò, insieme al ministro della Difesa Tremelloni, l’intero Stato Maggiore dell’Esercito Italiano. Il Paese intero era rappresentato. La strage di Cima Vallona divenne per tutta l’Italia l’emblema negativo di ciò che può portare il terrorismo, il disordine, la follia. Il 14 agosto del 1967, sulla Gazzetta Ufficiale veniva pubblicato il decreto del presidente della Repubblica che insigniva di Medaglia d’oro al valor militare, alla memoria, il capitano dei carabinieri Francesco Gentile, perito a Cima Vallona. Non fu il primo, neppure l’ultimo contributo di sangue che l’Arma fornì al Paese, per assicurargli un avvenire ordinato e democratico. Negli anni successivi, mentre la crisi del Paese esplodeva, con tutti i suoi problemi, spesso drammatici, i carabinieri rimasero come punto costante di riferimento di quella grandissima parte del Paese che credeva ancora nella democrazia, nel sacrificio, nell’ordine, nel rispetto delle leggi che regolano la convivenza sociale». Per fortuna, con quella strage, si concluse la stagione del terrore in Alto Adige.