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Firenze sommersa dall'Arno

la basilica di Santa CroceL’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 suscitò una profonda emozione in tutto il mondo. Le perdite in vite umane furono inferiori alle stime dei primi giorni: i morti furono settanta, i feriti alcune centinaia. Ma quel che colpì furono i danni (alcuni irreparabili) subiti da una delle città del mondo più ricche di cultura e di monumenti. La città di Lorenzo il Magnifico, il più grande mecenate della storia, l’uomo che aveva allevato artisti come Michelangelo, Leonardo da Vinci, Brunelleschi, Giotto, Botticelli. Il mondo intero si strinse intorno a Firenze e si mobilitò per riparare i danni. Gli “angeli del fango” (i ragazzi che si precipitarono a Firenze per cercare di sanarne le ferite) rimasero sulle rive dell’Arno per settimane, per mesi, per dare una mano ai cittadini (e alle Istituzioni), per ripulire, ricostruire, restaurare. Probabilmente mai, prima di allora e dopo di allora, la solidarietà fu così spontanea e si unì al rammarico per le opere d’arte andate perdute.

A quei tempi non esisteva ancora una struttura di Protezione civile. Toccò alle Forze armate il compito principale nell’organizzazione e nell’espletamento dei soccorsi, non solo a Firenze, ma in tutte le zone d’Italia colpite da quella spaventosa ondata di maltempo. I Carabinieri furono in prima fila per rimuovere le macerie, aiutare i feriti e i cittadini rimasti senza un tetto sotto il quale ripararsi.

In quei giorni drammatici non soltanto Firenze, ma mezza Toscana, tutto il Friuli e larghe zone del Trentino furono alluvionati. Il bilancio complessivo del cataclisma, in tutta la Penisola, fu di 107 morti e nove dispersi, inghiottiti dall’acqua di qualche fiume o torrente. I danni maggiori – oltre che in Toscana – si registrarono in Veneto, in Lombardia e in Emilia. L’Esercito mobilitò 50mila uomini. Molti erano militari di leva e si comportarono da valorosi. L’Arma mise a disposizione il meglio di cui disponeva: i Nuclei radiomobili, subacquei e quelli a bordo di elicotteri, per un totale di 20mila uomini, 2.195 veicoli e 70 veicoli speciali (50 veicoli blindati M-113, 10 elicotteri, 10 autobotti). I militi dell’Arma non si risparmiarono e 59 rimasero feriti durante le azioni di soccorso. I carabinieri, raccontò il mese successivo la nostra Rivista, «si sono fatti in quattro, hanno lasciato le loro caserme, le loro case, le loro famiglie in balia delle acque, e sono accorsi in massa, quasi sempre per primi, a soccorrere in tutti i modi le popolazioni, improvvisandosi pompieri, genieri, spalatori, barcaioli, infermieri, postini, panettieri e così via. Ponte alle Grazie nei giorni dell’alluvione di FirenzePeraltro non potevano dimenticare, e non hanno dimenticato anche in frangenti così gravi, il loro dovere primo di tutori dell’ordine: lottare cioè contro la delinquenza, difendere gli averi dei colpiti, frenare il fenomeno degli sciacalli purtroppo ricorrente nelle sciagure collettive, riassicurare alla giustizia gli evasi dalle carceri, prevenire l’opera dei profittatori, disciplinare la distribuzione degli aiuti».

Per il lavoro compiuto in quella che molti definirono «la più vasta calamità che la storia ricordi», la Bandiera dell’Arma fu insignita della Medaglia d’oro al valor civile. Ma la principale ricompensa fu rappresentata dal fatto di aver tratto in salvo 15mila persone, 13.500 capi di bestiame e oltre 1.000 veicoli.