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La riorganizzazione dell’Arma

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i Carabinieri furono impegnati duramente nella lotta al banditismo in Sardegna e in Sicilia. Quindi si occuparono di soccorrere le vittime dell’alluvione del Polesine (nel 1951) e della tragedia del Vajont (nel 1963)  

la cupola dello Yad Vashem di Gerusalemme

Nel 1953, per ricordare i martiri della Shoah, venne creato a Gerusalemme il Memoriale di Yad Vashem, sul Monte della Rimembranza, nel quale ad ogni Giusto è stato dedicato un albero, secondo l’insegnamento del profeta Isaia. Dei “Giusti tra le Nazioni”, riconosciuti tali da una speciale commissione (che ancora oggi opera sulla base di una severa valutazione delle testimonianze raccolte tra i sopravvissuti), fanno parte quattro militari dell’Arma dei Carabinieri: Giacomo Avenia, Osman Carugno, Carlo Ravera ed Enrico Sibona. Erano tutti in servizio nelle province del nord Italia occupate dai nazisti dal 1943 e, pertanto, nelle condizioni più difficili per offrire aiuto agli ebrei perseguitati. Altri militari dell’Arma subirono (senza farne ritorno) la deportazione nei campi di concentramento tedeschi per le loro scelte coraggiose.

i quattro carabinieri nominati “Giusti fra le Nazioni”Il primo ad essere accolto nella famiglia dei Giusti (nel gennaio 1975) fu il maresciallo dei carabinieri di Alba (Cuneo) Carlo Ravera, che (insieme con la moglie Maria) svolse un ruolo fondamentale per salvare dodici famiglie di ebrei profughi dalla Jugoslavia.

Nel 1985 lo stesso riconoscimento è toccato al maresciallo Osman Carugno, comandante della Stazione dei Carabinieri di Bellaria (Rimini), che durante la guerra affiancò un albergatore (Ezio Giorgetti, primo in ordine di tempo tra i Giusti italiani) per portare in salvo trenta ebrei: per sfuggire alla cattura da parte dei nazisti, furono nascosti prima a Bellaria, poi a Igea Marina e a San Mauro, e infine a Pugliano, nel Montefeltro. Di Carugno, uno degli ebrei salvati ha ricordato: «Ci aiutò senza nessun compenso. All’inizio, come ci disse, compì il suo dovere, ma se ci avesse mandato fuori dalla zona di sua competenza, nessuno avrebbe potuto incolparlo di non aver comunque fatto il suo dovere, o di aver cooperato col nemico. Lui era un fedelissimo del Re ed eseguiva gli ordini senza esitare. Col tempo, fra lui e mio suocero si allacciò una vera amicizia. Il suo comportamento era da amico e non da uno che eseguiva ordini. Quando uscimmo dal territorio di sua competenza, lasciò tutto e venne ad aiutarci».

Il maresciallo dei carabinieri Enrico Sibona, in servizio a Maccagno (nella provincia di Varese) dal 1939 al 1946, protesse dalla deportazione alcuni ebrei che risiedevano nel paese, favorendo la loro fuga. Tradito da un delatore, Sibona fu internato in un campo di concentramento tedesco, dal quale uscì fortunosamente vivo. Per il suo impegno di solidarietà, pagato a caro prezzo, il 4 ottobre 1992 l’Istituto Yad Vashem gli ha conferito l’alta onorificenza di Giusto tra le nazioni.

Il 2 agosto 1999 ha ottenuto lo stesso riconoscimento il maresciallo Giacomo Avenia, che a Calestano (Parma) prese parte al salvataggio della famiglia Mattei, ebrei profughi da Fiume. A tenere nascosti i tre componenti della famiglia furono il podestà Ugo Gennaio, la famiglia Barbieri (il cui capo Ostilio fu deportato in Germania) e un sacerdote, don Ernesto Ollari.