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Il banditismo siciliano

rastrellamento dei Carabinieri in un casolare della Sicilia centraleIl 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, nell’entroterra palermitano, dodici braccianti agricoli che partecipavano alla Festa del lavoro furono uccisi dalla banda di Salvatore Giuliano. L’eccidio suscitò una profonda emozione in tutta Italia, e provocò uno strascico di violente polemiche nella ricerca dei mandanti. Datosi alla macchia nel 1943, dopo aver ucciso un carabiniere, Giuliano – con la complicità della mafia – era stato arruolato, con il grado di colonnello, nell’esercito volontario per l’indipendenza siciliana. Successivamente aveva organizzato una banda di criminali evasi dal carcere di Monreale. Da allora il bandito di Montelepre era stato protagonista di molti episodi criminali, ma era sempre sfuggito alla cattura, coperto anche dall’omertà di molte persone. Il 19 agosto 1949, dopo un attacco degli uomini del bandito Giuliano alla caserma dei Carabinieri di Bellolampo (già assaltata da Giuliano quattro anni prima), un camion pieno di uomini del 12º Battaglione Mobile Carabinieri di Palermo, inviato in rinforzo, saltò in aria su una mina in località Passo di Rigano. Morirono sette carabinieri e undici restarono feriti. La guerra dell’Arma contro il bandito fu, da quel momento, senza esclusione di colpi. 
Dopo un attacco di Giuliano alla caserma di San Giuseppe Jato (che era la sede di un gruppo squadriglie e di una formazione territoriale), respinto dai Carabinieri (che, durante la notte riuscirono a raggiungere i banditi uccidendone due e facendone prigioniero un altro), il 13 ottobre a Palermo furono catturati nove responsabili dell’eccidio di Bellolampo. Il 9 dicembre 1949 morì in uno scontro a fuoco il carabiniere Vincenzo Sapuppo, che fu l’unica vittima fra le Forze dell’ordine impegnate nella campagna del Comando anti banditismo, nel quale si distinse per impegno e competenza il maresciallo Giovanni Lo Bianco.

il cadavere di Salvatore Giuliano nella piazza di CastelvetranoAll’interno della banda Giuliano, il morale si stava incrinando: la continua presenza delle Forze di polizia intralciava gravemente tutte le azioni criminali e la mancanza di fondi non consentiva ai banditi di pagare gli informatori per essere messi al corrente dei movimenti avversari. Il colonnello Luca non dava respiro al suo nemico: pur di conservare l’iniziativa, non andava per il sottile. Per due volte Luca sfuggì di misura ad attentati diretti contro di lui. In primavera fu ucciso in uno scontro a fuoco il bandito Rosario Candela e fu catturato Frank Mannino con una fulminea manovra delle squadriglie in una zona impervia. Ad uno ad uno, venivano neutralizzati i compagni di Giuliano, ma lui riusciva ancora a sfuggire alla cattura. Sul suo mitra Thompson aveva inciso una frase: «Carabinieri! Per voi vedo scuro e malo cammino...!». Il 5 luglio 1950 un comunicato del ministero degli Interni annunciò ufficialmente che Giuliano era stato ucciso a Castelvetrano nel corso di un violento scontro con un reparto guidato dal capitano dei Carabinieri Antonio Perenze. De Gasperi si congratulò con il ministro Scelba, Luca fu promosso generale, per Perenze fu proposta la nomina al grado di maggiore.

Giuliano fu assassinato nel sonno in una casa di Castelvetrano. Dell’omicidio fu accusato il suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, che confessò. Nel 1952 il tribunale di Viterbo lo condannò all’ergastolo per la strage di Portella. Ai primi di febbraio del 1954, Pisciotta manifestò l’intenzione di vuotare il sacco, raccontando tutta la verità sulla morte di Giuliano e sulle molte pagine oscure del banditismo in Sicilia. Un giovane sostituto procuratore, Pietro Scaglione (che diciassette anni dopo sarebbe stato ucciso dalla mafia, quando era Procuratore generale a Palermo), si recò in carcere per raccogliere le confessioni di Pisciotta. Non si è mai saputo quali rivelazioni gli avesse fatto il bandito. Qualche giorno più tardi avrebbe dovuto aver luogo un secondo incontro, alla presenza di un cancelliere, per la verbalizzazione. Ma qualcuno pensò bene di ridurre Pisciotta al silenzio, con un caffè avvelenato.