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I Carabinieri nella Resistenza

Dopo l’8 settembre il Comandante Generale dell’Arma, Angelo Cerica, dette l’ordine ai Carabinieri di restare al loro posto. Questo evitò lo sbandamento in massa dei reparti. 
I Carabinieri parteciparono attivamente alla Resistenza, nelle file della Banda Caruso. Gli atti di eroismo furono numerosi. Qui ne raccontiamo alcuni

Gli scontri di Porta San Paolo a RomaL’annuncio dell’armistizio firmato con gli Alleati e la fuga del re a Brindisi lasciarono le Forze Armate prive di ordini e praticamente allo sbando. Fece eccezione l’Arma: il Comandante Generale, Angelo Cerica, inviò ai circa 80mila carabinieri in servizio l’ordine di restare al loro posto, continuando l’attività ed evitando sbandamenti. Il primo reparto a essere impiegato nella nuova situazione operativa fu un battaglione della Legione allievi di stanza a Roma. Articolato su tre compagnie e comandato dal tenente colonnello Arnaldo Frailich, fu allertato nella notte fra l’8 e il 9 settembre e inviato nella zona della Magliana, dove la Divisione Granatieri di Sardegna cercava di impedire alla divisione di paracadutisti tedeschi del generale Heindrich di entrare nella capitale. Al Battaglione allievi (cui diede il cambio dopo ore di combattimento un contingente di 200 uomini del gruppo squadroni combattimento Pastrengo) fu affidato il compito di agire in corrispondenza della via Ostiense per riconquistare un caposaldo occupato dai tedeschi. Lo scontro fu aspro e si protrasse per tutto il giorno 9: le perdite dei Carabinieri ammontarono a 17 morti e 48 feriti, di cui alcuni molto gravi. Ma l’esito della resistenza opposta all’avanzata tedesca fra la Magliana e Porta San Paolo era segnato prima ancora che iniziassero i combattimenti. «Gli scontri della via Ostiense», racconta Roberto Battaglia (Storia della Resistenza Italiana), «cominciarono quando già s’era rinunciato sul piano strategico alla difesa della capitale, e non furono, malgrado l’eroismo e le stesse intenzioni di coloro che vi parteciparono, che un episodio di disperata resistenza, senza alcuna possibilità di incidere sulla situazione generale». Gli scontri di Porta San Paolo a RomaMentre la Divisione granatieri e il Battaglione allievi erano impegnati nella difesa a oltranza del ponte della Magliana, il re e il governo abbandonavano la città, lasciando il vuoto più assoluto di ogni autorità costituita. Come ha osservato Battaglia, lo stesso tentativo di impedire l’occupazione della capitale «era già al limite della guerra regolare vera e propria diretta dall’alto e la guerra condotta localmente per iniziativa dei comandi dei reparti, in una parola, la guerra partigiana».

L’ultimo fronte di resistenza ai tedeschi a Roma cadde, a Porta San Paolo, il 10 settembre 1943. A presidiare la città era rimasto soltanto il corpo corazzato del generale Giacomo Carboni. La Divisione Ariete era schierata sulla via Cassia; la Divisione Piave combatté a Monterotondo e a Mentana, riuscendo ad aver ragione di un battaglione di paracadutisti tedeschi. Il maresciallo Kesselring aveva minacciato di sabotare gli acquedotti e di cannoneggiare sistematicamente la città. Dopo una battaglia durata parecchie ore, il capo di Stato Maggiore della Divisione Centauro, Leandro Giaccone, firmò la resa a Frascati, presso il Quartier generale tedesco. Quattrocento civili (fra i quali 43 donne) persero la vita davanti alle mura di Porta San Paolo, in quello che fu l’esordio ufficiale della resistenza al nazismo. Alla battaglia parteciparono alcuni esponenti di spicco dei partiti antifascisti, come i comunisti Luigi Longo e Antonello Trombadori, gli azionisti Ugo La Malfa ed Emilio Lussu, i socialisti Pertini e Zagari e il sindacalista Bruno Buozzi, che fu l’ultima vittima dei tedeschi, mentre erano in fuga dalla capitale, il 4 giugno del 1944.