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L’arresto di Mussolini dalla relazione, inedita, del Generale Caruso

seduta del Gran consiglio del fascismol generale dei carabinieri Filippo Caruso (che si era posto in congedo volontario pochi mesi prima della caduta del fascismo) raccontò con dovizia di particolari le modalità dell’arresto di Mussolini, nella residenza reale di Villa Savoia, alle ore 17,20 del 25 luglio 1943. Caruso (nella relazione intitolata Arresto - Detenzione - Liberazione di Mussolini, redatta dopo la liberazione di Roma) si avvalse anche della testimonianza diretta del tenente colonnello Giovanni Frignani che, quel pomeriggio, comandò gli uomini incaricati di arrestare il duce. Alle dipendenze di Frignani c’erano i capitani Raffaele Aversa e Paolo Vigneri, e una cinquantina di carabinieri.

Un autorevole storico inglese, Frederick Deakin (Storia della Repubblica di Salò), racconta le ragioni per le quali il delicatissimo compito di arrestare Mussolini fosse affidato all’Arma dei Carabinieri, nonostante il Comandante generale, Azolino Hazon, fosse morto sei giorni prima, e il successore, Angelo Cerica ne avesse preso appena il posto. La lealtà dell’Arma alle Istituzioni era fuori discussione: «Le garanzie discendevano, evidentemente, da una collaudata struttura interna e da una sperimentata prassi ultracentenaria di fedeltà monarchica. Il mattino del 25 luglio Cerica stava completando le sue visite di dovere, quando, passato da poco il mezzogiorno, ricevette l’invito a recarsi d’urgenza dal capo di Stato maggiore dell’esercito, Vittorio Ambrosio, nel suo ufficio di palazzo Vidoni. Lo stesso Cerica narra che gli fu annunziato da Ambrosio: “Il re non confermerà la fiducia a Mussolini e intende nominare un nuovo presidente del Consiglio. Alla fine dell’udienza devi provvedere al fermo di Mussolini per evitare che possa prendere contatto con la sua gente e mettersi alla testa di un movimento sedizioso”. Alla domanda di Cerica: “Siamo nel campo costituzionale o siamo fuori dalla legge?”, Ambrosio rispose: “Nel campo costituzionale. L’ordine viene dal sovrano”». Erano le ore 12,25.

L'arresto di Mussolini - Domenica del CorriereEssendo domenica, i carabinieri dei vari reparti sarebbero andati in libera uscita. Cerica «si affrettò al comando di gruppo interno di Roma in viale Liegi a diramare fonogrammi a tutte le caserme di sospendere la libera uscita perché dalle 16.30 avrebbe iniziato la visita di tutti i comandi. Cerica scelse tre ufficiali per attuare l’operazione, e consultò anche Marzano, commissario di pubblica sicurezza, capitano di complemento dei carabinieri, che comandava l’autoreparto del ministero degli Interni. Insieme, il gruppetto elaborò i particolari tecnici del piano.

Si stabilì di usare un’autoambulanza, appoggiata da una cinquantina di carabinieri in autocarro. Con ogni probabilità Mussolini sarebbe stato accompagnato da una scorta personale, quindi esisteva lo sgradevole rischio di una zuffa sulla pubblica strada all’esterno della villa reale, a meno che si fosse deciso risolutamente di compiere l’arresto entro la cinta della villa stessa. Era indispensabile ricevere un ordine esplicito, ma questo punto essenziale sarebbe rimasto in sospeso sino all’ultimo momento. Proprio allora, il questore addetto a casa reale giunse al gruppo carabinieri per prendere accordi precisi. L’ambulanza si sarebbe fermata nel viale della villa, e il camion con i cinquanta uomini si sarebbe nascosto dietro i cespugli di Villa Savoia dalla parte opposta della scala. Preparato in mezzo a questa sarabanda di incontri e di dubbi, l’arresto avvenne senza clamori e senza resistenza da parte del duce. Ai piedi della scalinata del palazzo reale, un capitano dei Carabinieri si presentò a Mussolini comunicandogli di essere stato incaricato dal re di accompagnarlo per proteggerlo dalla folla». A quel punto «Mussolini ha un gesto fra il seccato e lo stupefatto», raccontò il giornalista Paolo Monelli (Roma, 1943), «e fa per avvicinarsi alla sua macchina senza badare che il conducente non c’è; ma il capitano gli sbarra di nuovo il cammino, e accennando a un’autoambulanza che sta poco discosta: “Non in questa” gli dice “in quest’altra”. Mussolini si lascia guidare; ma giunto al predellino esita, si ferma: ché ha visto dentro alcuni uomini armati. Con gesto improvviso il capitano dei carabinieri lo afferra per il gomito e con l’aria di sorreggerlo lo spinge dentro. Mussolini siede sopra un lettino, lo sportello è chiuso, la macchina parte veloce».

Carabinieri impegnati nella rimozione di scritte e insegne fasciste dagli edifici pubblici dopo la caduta del regimeFrignani, Aversa e Vigneri, convocati poche ore prima, erano stati informati direttamente da Cerica del compito affidato loro. «Oggi, fra qualche ora anzi, voi dovete arrestare Mussolini». Caruso raccontò in modo asciutto la reazione dei tre ufficiali: «Nessuna consegna forse apparve più ardua di questa ai bravi ufficiali che tuttavia senza batter ciglio rispondono, quasi ad una sola voce ed in tono fierissimi, con due parole: “Sta bene…”».

Poco dopo giunsero in viale Liegi il questore Morazzini, in autoambulanza con a bordo, oltre al conducente, tre agenti di Pubblica Sicurezza in abito civile, armati di mitra ed un automezzo destinato al trasporto dei militari dell’Arma. «In attinenza alle precise istruzioni concretate», racconta Caruso, «i capitani Aversa e Vigneri con i due automezzi si portano al Gruppo squadroni nella vicina caserma Pastrengo e fanno approntare un plotone di 50 carabinieri che asseritamente debbono rimanere agli ordini dell’Aversa per ricercare, affrontare e catturare nuclei di paracadutisti alleati lanciati nei dintorni di Roma». Il racconto prosegue così: «Il Capitano Vigneri, al quale il superiore ha commesso in termini drastici la consegna di “catturarlo vivo o morto” sceglie, personalmente, tra i militari del Gruppo squadroni tre sottufficiali di particolare prestanza fisica e di pronta intelligenza che dovranno prestargli man forte, in caso di necessità, prima di ricorrere ultima ratio alle armi; precisamente i vicebrigadieri: Bertuzzi Domenico; Gianfriglia Romeo e Zenon Sante. Essi si dimostrarono subito animati da ferma volontà ed assai lusingati dal favore della scelta».

Il questore di Roma Morazzini, che conosceva Villa Savoia, accompagnò i militari sul posto e dette agli ufficiali «alcune sommarie indicazioni sulla topografia della località, che bastano ad orientare i due ufficiali in rapporto ai loro compiti. Il punto dove ora essi si trovano è nel lato settentrionale della villa reale, cioè nella parte opposta all’ingresso principale, dove fra breve dovrà entrare Mussolini. È qui che si deve aspettare il momento di agire». L’attesa è snervante. «Giunge finalmente com’era atteso il tenente colonnello Frignani, che veste l’abito civile. Avverte i due ufficiali che Mussolini, il quale aveva avuto in precedenza fissata l’udienza dal sovrano, arriverà in ritardo sull’ora prevista. Entra poi nella villa dall’ingresso secondario – a levante – per prendere gli ultimi accordi con i funzionari della Real Casa e, dopo qualche minuto, ritorna presso i suoi uomini». Il questore Morazzini, intanto, «col pretesto di un urgente chiamata telefonica, ha attirato in un punto lontano dalla villa l’autista del duce, che così è stato immobilizzato. I cinquanta carabinieri vengono lasciati sul lato settentrionale dell’edificio, pronti ad accorrere al primo cenno, mentre i due capitani, i tre vicebrigadieri ed i tre agenti di P.S., armati di mitra, si portano sul lato orientale. Si fa avanzare l’autoambulanza fino a pochi metri dall’ingresso dal quale uscirà Mussolini, ma in modo da non essere notata». A un certo punto, finalmente, «si scorge il duce, mentre discende gli ultimi gradini della scalinata insieme al suo segretario particolare De Cesare. Vestono entrambi l’abito scuro: Mussolini un completo blu ed un cappello floscio. Il suo aspetto è quello d’un uomo moralmente finito, quasi distrutto: ha il colorito del malato e sembra persino più piccolo di statura».
Pochi giorni dopo, il 6 agosto, Frignani inviò un “promemoria riservato” al Comando Generale per riferire le voci raccolte sull’ingresso di truppe tedesche, provenienti da Innsbruck, nel territorio italiano.