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Un compito difficile nei moti del 1821

La ribellione dei liberali e dei carbonari creò in Piemonte una crisi che passò attraverso l’abdicazione di Vittorio Emanuele I, la reggenza di Carlo Alberto e il regno di Carlo Felice con un ritorno all’Ancien Régime. Per chi era chiamato a tutelare l’ordine pubblico non mancarono difficoltà, problemi e imbarazzi. Superati con onore
Uniformi dal 1814 al 1848

La scintilla scoccò a Torino l’11 gennaio di quel fatidico 1821. Un gruppo di studenti si presentò al teatro d’Angennes indossando un berretto rosso fregiato da un fiocco nero. Si trattava, con tutta evidenza, di una provocazione, visto il significato evocativo di quel copricapo, che richiamava i tempi della Rivoluzione francese. Carlo Alberto ascolta le richieste dei liberaliMa la polizia reagì in modo eccessivo, arrestando quattro ragazzi. Con maggiore sensibilità sarebbe stato possibile prevedere le conseguenze del pugno duro adottato. Il giorno successivo la situazione precipitò. Gli studenti si riunirono nel palazzo dell’università per una manifestazione di protesta. Piero Pieri racconta (nella Storia militare del Risorgimento, un testo fondamentale per ricostruire, con il rigore di uno storico molto autorevole, tutti i principali avvenimenti accaduti in Italia nel cuore del XIX secolo), con linguaggio secco, quel che accadde in quel giorno: «L’ordine perentorio di sgomberare l’edificio, l’intervento dei granatieri a baionetta calata contro i giovani, di cui trentaquattro rimanevano più o meno gravemente feriti, mentre tra gli assalitori un capitano riportava una lieve ferita d’arma da taglio e alcuni soldati restavano contusi dai sassi». La reazione autoritaria fu una prova di debolezza. «In realtà», sottolinea Pieri, «il governo debole continuò a oscillare fra le momentanee durezze e le abituali longanimità». 
Fu incerto il governo, ma si rivelò fragile anche il fronte della ribellione, divisa in due fazioni, «una più moderata, che si rifaceva ai principi del liberalismo riformatore», sottolinea il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri, «l’altra, più esasperata nei modi e nei propositi, contrassegnata da una decisa impronta carbonara». A sostegno di questa tesi (condivisa da tutte le fonti storiche), il generale Ferrara cita due manifesti clandestini diffusi in quel periodo dai ribelli. Quello messo in giro dai liberali costituzionali è «moderato e rispettoso» e contiene «espressioni lusinghiere per la Casa ­sabauda»; l’altro è «minaccioso e ­perentorio». 
Carlo Alberto principe di Carignano alla presa del Trocadero (Torino, Galleria Sabauda)I Carabinieri, nei giorni difficili della ribellione popolare, si trovarono in una situazione scomoda, con uno spazio di manovra molto ridotto. È fondamentale, a questo proposito, legge­re alcuni passi della relazione del Comandante Generale, colonnello Giovanni Maria Cavasanti (ampiamente riprodotta nel libro del generale Ferrara), conservata nella Biblioteca Reale di Torino. «Fu ordinato dalla Polizia ai Carabinieri Reali, ed agli uffiziali stessi, di schierarsi nanti il Palazzo del Ministero di Polizia e quindi sulla Piazza Castello di dove fecero poi ala alla truppa che recossi verso sera a dissipare il tumulto, senza che abbiano potuto contribuirvi attivamente, siccome doveva ad ogni titolo esserne loro affidato l’onorevole incarico preferibilmente ad ogni altro Corpo. Comunque però questo disgustoso avvenimento, che si vedeva pur troppo essere il preludio di altri più essenziali sconcerti, dimostrava imperiosamente ai Carabinieri Reali la necessità di poter agire, almeno temporaneamente, con una maggior latitudine, onde venire al pronto riparo delle conseguenze che potevano derivare dallo spirito pubblico». Cavasanti, che scrive di sé in terza persona, così prosegue nelle recriminazioni: «Il Colonnello chiese l’autorizzazione di chiamare in rinforzo della Stazione stabilita in Torino un individuo per ognuna di quelle meno importanti di tutte le Divisioni, e rappresentò ad un tempo la necessità di proibire quei segni esteriori di riunione di cui facevano baldanzosa pompa i studenti non solo, ma ancora molti cittadini, ed ebbe in risposta al primo articolo una decisa negativa, ed al secondo alcune osservazioni tendenti a conchiudere che non conveniva di dare a simili ragazzate alcuna seria importanza. Nondimeno, siccome ad ogni modo deve sempre prevalere il bene del Regio Servizio, il Colonnello nel partecipare al Corpo tutti i dettagli del fatto raccomandò con apposita circolare di indagare quale effetto avesse d’esso prodotto sullo spirito pubblico». La prosa è faticosa, ma assolutamente comprensibile. Il commento del generale Ferrara chiarisce ulteriormente: «Si intuisce da queste parole che il Comando del Corpo dei Carabinieri Reali nutriva motivata preoccupazione sull’incapacità da parte del Ministero di Polizia di gestire responsabilmente la situazione, non disgiunta dal sospetto che esso quasi favorisse il precipitare delle cose. Era comunque palese il proposito di emarginare il Corpo per assumerne interamente le funzioni». 
Il massacro degli studenti nell’università di Torino (stampa)Le sue osservazioni Cavasanti le mise nero su bianco all’indomani degli scontri all’università. Nei due mesi successivi la situazione si sarebbe ulteriormente complicata, con le promesse a mezza bocca del principe Carlo Alberto ai liberali, l’abdicazione di Vittorio Emanuele I, la sconfessione di Carlo Alberto da parte del nuovo re Carlo Felice. Si rivelò molto complicato (per un Corpo al quale la monarchia aveva affidato un ruolo di preminenza sia nella difesa dei confini che nella tutela dell’ordine pubblico) gestire l’emergenza tenendo conto di ordini spesso contraddittori.