Menu
Mostra menu

Le ambiguita della corte

Luigi Maria Richieri di Montichieri, Comandante Generale del Corpo dei Carabinieri Reali dal 12 gennaio 1831 al 2 luglio 1835All'indomani della dura repressione della manifestazione studentesca, una disposizione di servizio ordinò «ai Carabinieri Reali e agli ufficiali stessi di non dar retta alle parole offensive che da studenti e facinorosi si dirigono in ogni incontro a tutti gli individui del Corpo, e di tollerarne gli insulti limitandosi al solo caso di assoluta necessaria difesa l'uso delle armi». Angelo Brofferio (che trent'anni dopo sarebbe stato eletto nel Parlamento subalpino, nelle file della sinistra), giovane matricola nell'ateneo torinese, criticò con estrema severità il comportamento delle Forze di polizia («Non conoscono altra legge che l'arbitrio, altra norma che la violenza»), ma testimoniò che i Carabinieri avevano dimostrato di saper conservare la necessaria freddezza pur in un clima teso ed esplosivo, e che da parte sua non aveva avuto a lamentare «se non qualche mano un po' troppo pesantemente posata sulle spalle» per indurlo a tornare a casa.

La crisi precipitò all'inizio del mese di marzo. Il 6 marzo il principe Carlo Alberto di Savoia Carignano ricevette nel suo studio privato cinque uomini che gli esposero i piani della cospirazione che mirava a ottenere la Costituzione nel regno di Sardegna. I cinque (Santorre di Santarosa, Giacinto Provana di Collegno, Carlo di San Marzano, Guglielmo Maria Lisio e Roberto d'Azeglio) speravano che il principe sposasse la loro causa. Una speranza che in seguito si sarebbe rivelata infondata.

Un osservatore esterno, Gianni Oliva, traccia questo bilancio di quel periodo. «Il ruolo dei Carabinieri Reali nell'emergenza del 1821 non va enfatizzato e non si può quindi sostenere che il loro comportamento abbia condizionato l'esito del moto costituzionale», si legge nella sua Storia dei Carabinieri. Il generale de La Tour (Comandante supremo delle truppe sabaude) «contava a Novara su oltre settemila uomini rimasti fedeli alla monarchia e, con i rinforzi austriaci, avrebbe potuto sconfiggere le truppe della giunta provvisoria indipendentemente dalla scelta di campo dei trecento carabinieri del colonnello Cavasanti. Nell'eccezionalità della situazione, l'Arma aveva però dimostrato di essere una garanzia per il sovrano e per la “legalità restaurata” sancita dal congresso di Vienna. D'altra parte, l'immagine di garanti dell'ordine regio creata negli anni precedenti aveva isolato i Carabinieri dal movimento insurrezionale portandoli anzi a esse­re identificati con quelle stesse istituzioni conservatrici contro le quali era diretto il moto liberale». Oliva tira queste conclusioni: «Si può osservare che le funzioni di sorveglianza sui movimenti sospetti e di informazione sulle attività eversive, affidate al Corpo con il Regolamento del 1816, non erano state svolte in modo tale da prevenire le agitazioni, ma è evidente che il numero dei carabinieri non era sufficiente per garantire un controllo capillare, né queste erano le pretese della monarchia. Ciò che Vittorio Emanuele I aveva voluto creare, un reparto omogeneo e politicamente affidabile cui delegare le mansioni più delicate, usciva rafforzato e legittimato dalle esperienze del 1821, con nuove prospettive di impiego e di allargamento degli organici: l'identificazione fra Carabinieri e Restaurazione, così immediatamente percepita dagli insorti, era la dimostrazione di un processo che in pochi anni si era sviluppato rapidissimo, consolidando l'autorappresentazione dell'Arma come braccio armato del potere regio: il che, al di là di ogni giudizio storico sui fatti del '21 e sulle posizioni della monarchia sabauda, era appunto ciò che dai Carabinieri i Savoia si attendevano».