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Confusione istituzionale

Cipriano Gabencel sul Moncenisio (Roma, Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri). Il 20 dicembre 1830 Gabencel fu protagonista di un episodio rivelato soltanto due anni e mezzo più tardi da un articolo della Gazzetta Piemontese. Una famiglia inglese rischiò la vita durante una tempesta di neve: i cavalli della carrozza s’imbizzarrirono rischiando di far capovolgere la carrozza. Il carabiniere, afferrati i cavalli per le briglie, riuscì a trattenerli, evitando il peggio. All’offerta di una ricompensa, rispose di aver fatto semplicemente il proprio dovere.All'indomani dell'abdicazione (firmata il 13 marzo) di Vittorio Emanuele I, i “ribelli” (e soprattutto l'ala liberale del movimento) si illusero di aver vinto. Il giorno prima avevano conquistato la cittadella di Alessandria. Il reggente Carlo Alberto – che aveva già mostrato di tenere in gran conto le richieste dei costituzionalisti – si affrettò a concedere la Costituzione e ad affidare un incarico di governo a Santorre di Santarosa. Ma poi (pressato da Carlo Felice, che da Modena gli lanciò messaggi molto severi) si rifugiò a Novara, chiamandosi fuori. I trecento carabinieri concentrati a Torino, al comando del colonnello Giovanni Maria Cavasanti e del tenente colonnello Alessio Des Geneys, si trovarono in una situazione estremamente delicata. «Le incertezze di Carlo Alberto», osserva Gianni Oliva, «rendevano difficile stabilire dove stesse la legittimità e dove l'eversione». I carabinieri rimasero per tutto il mese di marzo nella Capitale, chiedendo segretamente istruzioni al generale de La Tour e limitandosi in apparenza alle consuete funzioni di vigilanza e prevenzione della delinquen­za. Dopo la fuga del reggente e la sconfessione delle concessioni costituzionali da parte di Carlo Felice, il contingente di Torino divenne l'unico riferimento fidato della monarchia nella città ormai in mano ai rivoluzionari. 
In un libro pubblicato a metà del XIX secolo (Storia militare del Piemonte) il generale Ferdinando Pinelli rivelò un episodio fino allora sconosciuto che vide protagonista Santorre di Santarosa, rientrato a Torino dopo la conquista di Alessandria: «Fatto collocare un reggimento nella piazza San Carlo, acciò potesse di là invigilare la caserma dei Carabinieri posta nella piazza Carlina, egli mandava la sera del 30 marzo un messo del Ministero della Guerra con tre pieghi, uno dei quali era diretto al colonnello Cavasanti, uno al tenente colonnello Des Geneys e il terzo al maggiore Beccaria. I primi due contenevano la destituzione del Cavasanti e del Des Geneys, l'altro la nomina a colonnello comandante del Beccaria». Mentre dalla cittadella venivano trascinati alcuni cannoni verso piazza San Carlo, il Des Geneys «recasi al quartiere, riunisce gli ufficiali, e palesando l'occorso dichiara loro che egli va a Novara, e che tutti coloro i quali hanno senti­mento d'onore e di fedeltà al re, colà seguirlo debbono. In un attimo son sellati i cavalli, prese le armi, e i carabinieri, spalancate le porte della caser­ma, vengono a formarsi sulla piazza». Secondo la ricostruzione di Pinelli, dal drappello che si apprestava a uscire dalla città si staccavano però una cinquantina di carabinieri a cavallo (guidati da due ufficiali inferiori) che, gridando “Viva l'Italia”, si separarono dal grosso del Corpo: «E vengono colla sciabola nuda e a spron battuto verso la piazza Castello, ove alla prima uscita dei carabinieri, erano stati condotti due battaglioni di Alessandria, e formatili in quadrato per poter così più efficacemente resistere alla cavalleria e offrire un più sicuro ricetto ai membri del governo». L'episodio vale a confermare un latente disagio che (nella totale confusione isti­tuzionale di quel momento storico) riguardò anche il Corpo dei Carabinieri, anche se finì per non incidere sul legittimismo di cui l'Arma è sempre andata fiera, confermando in ogni occasione la fedeltà alle istituzioni. 

Nei fatti, i Carabinieri raggiunsero de La Tour a Novara. Nell'ultima settimana della rivoluzione, gli uomini del Cavasanti e del Des Geneys (185 carabinieri a cavallo e 112 a piedi) parteciparono alle operazioni dell'eser­cito regio, contribuendo allo scontro a fuoco di Novara, che segnò la sconfitta dei rivoluzionari e permise a Carlo Felice di rientra­re a Torino e prendere possesso del ­­trono.