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Un forte impegno

inaugurazione del Museo Storico dell’Arma, a Roma, in piazza Risorgimento (6 giugno 1937)I reparti dell’Arma entrarono progressivamente nella campagna militare, a cominciare dal 10 giugno 1940, e furono presenti su tutti i fronti: oltre a quello delle Alpi occidentali, in Africa settentrionale, in Africa orientale, su quelli balcanici (greco-albanese, albanese-iugoslavo e giuliano-iugoslavo), in Russia, in Corsica e sulle coste dell’intera Penisola, delle isole, delle colonie e dei possedimenti. A questo grande dispiegamento di forze vanno ancora aggiunti 28 ufficiali, 281 sottufficiali e 1.059 militari di truppa addetti al Comando Carabinieri per la Marina, e 48 ufficiali, 246 sottufficiali e 4.295 uomini di truppa addetti all’analogo Comando Carabinieri per l’Aeronautica.

«Il principale compito dei reparti mobilitati», spiega Gianni Oliva (Storia dei Carabinieri, dal 1814 ad oggi), «fu quello, tradizionale, di polizia militare, nel quale furono impiegati 55.141 uomini. Nell’imminenza del conflitto, il regime aveva emanato un nuovo regolamento in materia, denominato Servizio in guerra, nel quale si definivano “le misure di polizia intese a garantire contro i danni che, nello svolgimento delle operazioni e nell’attuazione dei servizi, possono derivare da infrazioni a leggi o prescrizioni, da parte delle proprie truppe o delle popolazioni, e dalla divulgazione di notizie militari”. I compiti erano aggiornati rispetto al precedente regolamento del 1892 (non si parlava più, per esempio, del controllo di vivandieri e venditori, perché l’organizzazione logistica non aveva più bisogno di tali sussidi), ma era soprattutto sottolineata la funzione di controllo nei confronti della popolazione civile nelle zone di occupazione: “Far osservare dalle popolazioni civili delle zone delle operazioni le leggi, i regolamenti, le ordinanze e i bandi dell’autorità militare; prevenire e reprimere i reati; custodire gli arrestati”. In una guerra che, nelle intenzioni del governo fascista, doveva essere guerra di conquista e di espansione territoriale, il controllo della popolazione civile diventava prioritario, soprattutto sulla base degli insegnamenti dell’Etiopia, dove la resistenza guerrigliera aveva pregiudicato la stabilità dell’occupazione coloniale. Per ciò che riguardava invece la sorveglianza dei militari, “affinché osservino le leggi, i regolamenti e le prescrizioni speciali emanati dai comandi per il buon ordine durante le soste, in marcia e in combattimento”, le norme non si discostavano da quelle precedenti, salvo l’accentuazione del controllo sulla corrispondenza postale (per la quale il fascismo aveva predisposto fin dagli anni Trenta una complessa e sistematica organizzazione di censura). Al di là delle competenze specifiche di volta in volta determinate secondo le esigenze, il gran numero di carabinieri impiegati nel servizio di polizia militare si spiegava con la mancanza accertata di un consenso di massa tra i combattenti e nel Paese».

Cartolina celebrativa della Legione Carabinieri di Tirana

Oliva sostiene che «la guerra fascista fu subita passivamente e non accettata né compresa. In altri casi, specie tra i soldati provenienti dalle città operaie, l’atteggiamento verso la guerra giunse fino al rifiuto consapevole, anche se assai di rado politicamente motivato e tradotto in gesti di opposizione. L’opinione pubblica – e, di conseguenza, i soldati mobilitati – non voleva la guerra e soprattutto non voleva farla a fianco della Germania». Un rapporto della polizia politica a Mussolini del 1940 afferma che «lo spirito delle truppe e del Paese non è tale da costituire motivo di conforto e di consolazione. Si deve constatare la mancanza di entusiasmo sia da parte della maggioranza delle truppe che del Paese, dovunque si ripete il monotono ritornello dell’aspirazione alla licenza e al congedo». L’attività di controllo dei carabinieri, tuttavia, fu più tollerante di quella esercitata nel primo conflitto mondiale. «Mentre nel 1915-18 l’estraneità e l’opposizione alla guerra erano sentimenti radicati tra la popolazione e si traducevano in diffusi episodi di insubordinazione e di diserzione», scrisse Angelo d’Orsi nel saggio intitolato La polizia, «nella Seconda guerra mondiale l’area del dissenso era più limitata e comunque si manifestava in forme molto meno chiare. Vent’anni di regime, di oppressione ideologica, di eliminazione fisica e giuridica di qualsiasi opposizione politica avevano diffuso nel Paese uno stato d’animo di rassegnazione e di passività, per il quale la guerra veniva subita senza adesione ma anche senza capacità di rifiuto».