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Nel 1933 il primo Carosello Storico

L’Arma mantenne la sua grande popolarità anche durante il ventennio fascista. 
Al servizio delle Istituzioni, garantiva una immagine rassicurante e positiva al regime, che ne sfruttava la fedeltà e la tradizione storica per acquistare consensi e rassicurare l’opinione pubblica. I Carabinieri si mostrarono sempre all’altezza del compito
Philippe Maliavine, Perlustrazione di notte (Roma, Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri)

Fra il 1930 e il 1935 i Carabinieri furono duramente impegnati nella lotta alla malavita. Il compito di controllare i movimenti degli oppositori al regime era affidato alla Milizia fascista. E gli uomini dell’Arma godevano anche allora di una universale considerazione e fiducia da parte della popolazione, che li vedeva come un’Arma istituzionale, volta a difendere la legalità e a salvaguardare l’ordine nei territori ai quali ciascuno di loro era assegnato.

«Un ulteriore elemento da considerare per cogliere il ruolo dell’Arma nel Ventennio», osserva lo storico Gianni Oliva (nella sua Storia dei Carabinieri, dal 1814 a oggi), «è l’uso propagandistico della sua immagine, veicolata attraverso gli strumenti tradizionali dell’iconografia e delle parate e attraverso quelli originali creati dal regime. Per i carabinieri non si trattava di una novità, se è vero che fin dalle lontane origini sabaude pittura e letteratura avevano indugiato sul messaggio di sicurezza e di forza che il corpo comunicava con il portamento austero dei suoi militi. Nell’età fascista la tradizione storica dell’Arma si incontrava però con le particolari esigenze del regime, che doveva aggregare attorno ai propri miti e alle proprie parole d’ordine le grandi masse uscite dall’esperienza della guerra con una pressante richiesta di partecipazione». Mussolini aveva bisogno delle forze armate, come strumento di una politica di grandezza e come garanzia della sua serietà. «Piuttosto che l’efficienza militare e la qualità dell’addestramento, alla dittatura interessava la spettacolarità delle parate, la dilatazione quantitativa dei reparti, la disponibilità dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica a creare consenso, veicolando fra la popolazione l’immagine di un’Italia eroica e guerriera. Di qui derivarono la retorica sulla Grande Guerra, lo sviluppo delle associazioni combattentistiche, l’esaltazione dei primati sportivi dell’aviazione, le sfilate di reduci, di invalidi, di vedove, il mito degli otto milioni di baionette, elementi tutti che accreditavano gli stereotipi più cari al regime, fornendo l’indispensabile base su cui ricamava la propaganda ufficiale del regime».

Memmo Genua, Il punto di riunione (Roma, Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri)

In questo processo di creazione del consenso, i Carabinieri si inserirono accanto agli altri reparti dell’Esercito, ma portando un contributo che derivava dalla peculiarità stessa del corpo e dalla sua dislocazione articolata su tutto il territorio nazionale.

Il 22 ottobre 1933, a Torino, fu inaugurato il Monumento al Carabiniere, opera di Edoardo Rubino. Per la sua realizzazione erano stati costituiti in tutta Italia numerosissimi comitati pubblici, con un capitale sottoscritto di oltre tre milioni di lire, somma ben superiore a quella necessaria per la realizzazione dell’opera, tanto che la quota eccedente fu utilizzata per istituire la Fondazione del Monumento al Carabiniere e per elargizioni a militari meritevoli. E, sempre nel 1933, si svolse il primo Carosello Storico dei Carabinieri a cavallo nella magnifica cornice di Piazza di Siena, a Roma. Le varie formazioni dell’Arma indossavano ciascuna un’uniforme storica: trombettieri del 1814, carabinieri del 1833, carabinieri di Sardegna (1853), carabinieri combattenti in Crimea (1855), in Lombardia (1859), nelle Marche e nell’Umbria (1860-61), carabinieri che liberarono Venezia e Roma (1866-1870), trombettieri del 1900, carabinieri di Libia e della Prima guerra mondiale, corazzieri. Questo spiega il nome di Carosello Storico. Che è rimasto fino ai giorni nostri, insieme con la travolgente carica finale, ispirata alla battaglia di Pastrengo.

Carabiniere salva una suora che stava attraversando i binari all’arrivo di un treno (Domenica del Corriere, giugno 1930)Quella fu un’occasione ideale per mescolare gli ingredienti più accattivanti dell’immagine militare (fulgore delle uniformi, slancio delle cavalcature, abilità dei cavalieri, echi delle fanfare): il Carosello divenne presto una tradizione, con esibizioni in luoghi e circostanze diverse, in grado di sedurre il pubblico con la forza della sua suggestione. Analoghi intenti suggerirono la ristrutturazione della Banda (affidata dal 1926 al Maestro Luigi Cirenei, che ne rinnovò i criteri di preparazione e il repertorio, portandola a esibirsi non solo in Italia ma anche, e sorpattutto, all’estero) e l’inaugurazione della definitiva sede del Museo storico dell’Arma, custode di tutti i cime­li e dei documenti storici di ­rilievo.
Infine, ebbero particolari attenzioni da parte della stampa le missioni del Corpo all’estero, in particolare la partecipazione di un battaglione (vedi pag. 68) al Corpo internazionale incaricato dalla Società delle Nazioni di presidiare la Saar nell’inverno 1934-35, in occasione del plebiscito che sancì il ritorno di quella regione alla Germania.