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La guerra d’Etiopia. Un posto al sole

Cartolina dei Carabinieri Reali spedita dalla Colonia Eritrea dell’Asmara
Alla ricerca di un “posto al sole”, come già era successo alla fine dell’Ottocento (e la sconfitta di Adua aveva ridimensionato i progetti imperiali) e poi alla fine del primo decennio del Novecento (con la guerra contro la Turchia per conquistare la Libia), nel 1935 Mussolini decise di invadere l’Etiopia, governata dal negus Hailé Selassié. Questa volta l’impresa dette esito positivo, ma costò comunque molte fatiche, l’isolamento nel contesto internazionale (con le Sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni contro l’Italia) e le accuse rivolte dal Negus alle forze militari italiane di aver impiegato i gas asfissianti contro i soldati etiopici. Ma alla fine, dopo sette mesi di guerra, l’Etiopia fu conquistata e Vittorio Emanuele III ebbe il titolo di imperatore. 

rastrellamento e sosta nel letto del torrente Giarer da parte dei carabinieriL’impiego bellico dell’Arma dei Carabinieri fu massiccio. «Per il Comando Superiore carabinieri presso il Comando superiore dell’Africa Orientale», ricorda Gianni Oliva (nella sua Storia dei Carabinieri dal 1815 a oggi), «furono inizialmente mobilitate cinque sezioni, un nucleo ufficio postale e una sezione zaptiè. Successivamente furono anche mobilitate due sezioni carabinieri da montagna (in rapporto alle caratteristiche morfologiche delle zone d’operazioni), una sezione a cavallo, e un nucleo postale per ciascun corpo d’armata e ciascuna divisione destinati a operare in quelle regioni. In Somalia vennero costituite due bande con truppe indigene, forti di 23 ufficiali e 1.100 fra sottufficiali e militari di truppa. Fu infine istituito un comando carabinieri di intendenza per il coordinamento dei servizi di polizia militare nelle retrovie e per compiti informativi. Col progressivo affluire nel teatro operativo delle grandi unità dell’esercito, l’Arma portò i suoi reparti a 55 sezioni carabinieri da montagna, 6 a cavallo, 6 miste, 3 sezioni zaptiè e 23 nuclei, oltre a 3.143 zaptiè e 2.500 dubat somali inquadrati in reparti diversi. A questa forza si devono ancora aggiungere le bande di irregolari indigeni da impiegare come ausiliari di polizia per la vigilanza della frontiera, organizzate dal maggiore Giuseppe Contadini e comandate da sottufficiali dell’Arma, e 4 reparti speciali da impiegare in operazioni tattiche, denominati bande autocarrate, articolate ciascuna in 2 compagnie e un plotone comando, per un complesso di 1.000 uomini».

l’atto eroico del carabiniere Vittoriano Cimarrusti, che fu insignito della Medaglia d’oro alla memoriaA fronteggiare l’aggressione fascista sono mobilitabili non meno di 300.000 soldati etiopici, ma non sono inquadrati in moderne unità: è ancora un esercito di tipo feudale, praticamente lo stesso che ha sconfitto Baratieri ad Adua nel 1896. Hailé Selassié, vista l’imminenza della guerra, ha fatto ricorso al mercato internazionale degli armamenti acquistando (da ditte cecoslovacche, danesi, francesi e svizzere) 16.000 fucili, 600 mitragliatrici, alcuni pezzi d’artiglieria (soprattutto contraerea) e 10 milioni di cartucce. Una goccia, rispetto agli imponenti mezzi messi in campo da Mussolini. Certo, le truppe sono motivatissime e conoscono bene il terreno, possono anche disporre di micidiali pallottole esplosive dum-dum, vietate dalla convenzione di Ginevra, ma tutto questo non varrà niente quando gli italiani ricorreranno ai non meno vietati gas asfissianti. Centinaia di combattenti abissini verranno sfigurati dall’iprite lanciata dall’aeronautica fascista. Il 2 ottobre 1935 scatta l’attacco con l’attraversamento del confine segnato dal fiume Mareb. La Società delle Nazioni, già minata nella credibilità da numerosi scacchi internazionali, non può che condannare l’aggressione e il 18 novembre vota dure sanzioni economiche.

Ai combattimenti i carabinieri contribuirono soprattutto con le bande autocarrate, che si distinsero nello scontro del 24 aprile 1936 a Gunu Gadu, un baluardo avanzato dell’Ogadèn conquistato dopo un combattimento al quale la pubblicistica di regime diede ampia risonanza. La Tribuna illustrata del 24 maggio 1936 dedicò la copertina al gesto del carabiniere Vittoriano Cimmarrusti che, «già ferito a un braccio e medicato sommariamente, tornò sulla linea di fuoco e proseguì l’azione con lancio di bombe a mano, finché venne sopraffatto dal numero dei nemici». L’ardore del carabiniere, raffigurato sanguinante ma plasticamente teso nel lancio dell’ultima bomba contro i trinceramenti nemici, richiamava in modo fin troppo evidente le immagini della Prima guerra mondiale, stabilendo un legame di continuità che doveva contribuire a legittimare l’impresa africana. Ma l’impegno maggiore degli oltre 12mila carabinieri mobilitati fu quello specifico (e tradizionale) di polizia militare e civile, in particolare per garantire l’agibilità delle vie di comunicazione e per vigilare sui civili impiegati nella costruzione delle necessarie strutture di supporto logistico.