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Dopo la guerra, la guerriglia

Colonna dei Carabinieri in marcia verso Dire DauaUfficialmente conclusa la guerra con l’ingresso delle truppe di Badoglio in Addis Abeba e con l’esilio di Hailé Selassié a Londra nel maggio 1936, iniziò un periodo altrettanto drammatico e tumultuoso, durato pressoché ininterrottamente fino al 1941, quando le vittorie britanniche riportarono il Negus sul trono. «Finita la guerra», scrive Angelo Del Boca (La guerra d’Etiopia), «cominciò la guerriglia. Nonostante il clamore suscitato dai bollettini di vittoria, nel giugno 1936 l’Etiopia restava ancora per quasi due terzi da occupare. Restavano ancora da battere, nel Sud e nell’Ovest, grosse formazioni di reparti regolari, mentre nelle zone occupate cominciavano a manifestarsi fenomeni di ribellismo». 

Osserva Oliva: «Se l’attacco all’Etiopia era stato una guerra di movimento, condotta con ricchezza di mezzi e clamore di propaganda, la continuazione delle operazioni fu una guerra di repressione coloniale, per la quale le direttive di Mussolini e del suo nuovo ministro dell’Africa Italiana, Alessandro Lessona, erano improntate alla massima durezza (fucilazione di tutti gli abissini catturati in armi, largo impiego di rappresaglie terroristiche e di bombardamenti a gas contro le popolazioni non sottomesse, distruzione sistematica del potere delle gerarchie tradizionali, indipendentemente dal loro atteggiamento verso gli italiani, discriminazione razziale sempre più rigida e pesante). In queste operazioni, che rispondevano agli ordini centrali di stroncare la rivolta in fretta perché disturbava il mito della pax romana dell’impero fascista, furono impiegati soprattutto i 125mila ascari, mentre la stragrande maggioranza delle truppe nazionali era impiegata nei compiti di presidio». I carabinieri rimasti in Etiopia agli ordini del colonnello Hazon, L’affermazione delle armi italiane nella campagna d’Etiopia (disegno popolare)futuro comandante generale dell’Arma, svolsero un ruolo importante come responsabili delle case di pena e dei campi di detenzione, oltre che nella lotta contro la resistenza abissina, sia come garanti della sicurezza delle autorità italiane attraverso un capillare servizio di informazioni (forse non fu casuale che in occasione dell’attentato a Graziani, nel febbraio 1937, mancasse da Addis Abeba il colonnello Hazon,   «un’assenza», sottolinea ancora Del Boca, «che privò Graziani di quelle informazioni e di quel confronto di idee da cui aveva sempre tratto un enorme vantaggio»).

I Carabinieri scrissero pagine di valore in questa guerra, in larga misura ingiustificabile e sciagurata. Fedeli alla consegna, non immaginavano che non sarebbe stato l’ultimo conflitto in cui li si avrebbe impegnati in prima linea: molti di essi fecero appena in tempo ad abbracciare i propri cari, prima di partire di nuovo per le aride terre della Spagna.