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Prova di forza

carabinieri presidiano Montecitorio nelle giornate dell’Aventino.Lo scioglimento della Regia Guardia rappresentò, di fatto, la prima grande prova di forza del fascismo all’interno dell’apparato statale italiano: un messaggio a chi, tra monarchia ed esercito, poteva farsi prendere da strane idee nei confronti del nuovo governo.

Dietro il decreto del 31 dicembre 1922 si intravede l’esigenza del nuovo presidente del Consiglio di sottoporre a più facile controllo tutte le strutture dello Stato (ciò che sarebbe stato poi di maggior evidenza quando tutte le amministrazioni fasciste vennero organizzate in forma paramilitare): se la truppa dei due corpi di polizia era certamente militare, la parte alta della catena gerarchica era invece civile, perciò non sottoposta ai rigori delle regolamentazioni cui soggiacevano gli uomini in divisa, primo fra tutti, appunto, la ferrea concatenazione gerarchica. Con l’unificazione nei Carabinieri, sarebbe stato più facile il controllo su tutta la polizia attraverso il controllo della sola Arma, che Mussolini considerava alla sua portata. La costituzione della Milizia, sollecitata anche da Dino Grandi, rispondeva invece all’esigenza di inquadrare in forme legalmente accettabili (e anche contrabbandabili come grato “riconoscimento”) le “truppe di fatto” degli squadristi. Ciò malgrado, la distinzione di un’apposita funzione di polizia occorreva ancora al fascismo, potendosi però risolvere la questione con l’accentramento del comando presso il ministero dell’Interno, che avrebbe potuto disporre delle forze del ministero della Guerra. Le cariche di diretta emanazione governativa furono perciò mantenute al loro posto, con anzi qualche piccolo intervento che dimostrava un’attenzione costante. Con il regio decreto 11 novembre 1923 n. 2395, la figura del Direttore generale della Pubblica Sicurezza fu rinominata (senza altre sostanziali modificazioni) “Intendente generale della Polizia”, subito ricorretta dal regio decreto 20 dicembre 1923, n. 2908, che la convertì all’ancora vigente denominazione di “Capo della Polizia” attualmente chiamato anche “Direttore generale della Pubblica Sicurezza”.

Gianni Vagnetti, Il Carabiniere (Roma, Museo Storico dell’Arma)Gianni Oliva (Storia dei Carabinieri) sottolinea come «in un secondo tempo, gli orientamenti del capo del fascismo andarono però in direzione opposta: l’esigenza di assicurare al dittatore un ampio margine di sicurezza personale e di garantirgli spazi di manovra consistenti portò alla creazione di un sistema di organizzazioni repressive in potenziale contrasto fra loro, impegnate non solo nella difesa del Regime dalle opposizioni, ma anche nel controllo reciproco. Nel 1923 fu così istituita la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), che trasformava lo squadrismo in una rigida organizzazione gerarchizzata a direzione unitaria (il primo comandante generale della Mvsn fu Emilio De Bono, uno dei quadrumviri della marcia su Roma), alle dirette dipendenze del regime; quindi, nel luglio 1925, i militari del ruolo specializzato furono distaccati dall’Arma dei Carabinieri e passarono alla diretta dipendenza del ministero dell’Interno, costituendo il corpo degli agenti di pubblica sicurezza. Questa politica aveva i suoi inconvenienti, perché da un lato esasperava l’antagonismo fra carabinieri e agenti di pubblica sicurezza, risalente già agli anni dei governi liberali, dall’altro ne creava di nuovi con l’istituzione di un organismo pletorico come la milizia, di difficile giustificazione e collocazione fra altre forze militari e di polizia di consolidate tradizioni. L’azione concorrenziale di questi organismi portava talvolta alla reciproca neutralizzazione, talaltra allo scontro aperto. In una circolare riservatissima del 19 gennaio 1925, per esempio, il comandante della milizia, generale Asclepia Gandolfo, scriveva ai vari comandi di zona: “A questo Comando generale pervengono spesso notizie relative a incidenti intervenuti tra i dipendenti Comandi, le Autorità politiche e l’Arma dei RR.CC., e se ne richiede contemporaneamente l’intervento per ottenere dagli organi competenti provvedimenti disciplinari, talvolta anche gravi, a carico dei funzionari presunti responsabili degli incidenti in questione. Si prega codesto Comando di zona di adoperarsi nel miglior modo perché gli incidenti tra Milizia, Autorità politica e Arma dei RR. CC. siano ridotti al minor numero possibile, mantenendo frequenti contatti con dette autorità, e procurando, con tali contatti, di creare quell’atmosfera di armonica attività che deve unire tutti gli organi statali”. Al di là delle deficienze operative e dei limiti tecnici impliciti nel sistema, la presenza di forze repressive autonome l’una rispetto all’altra era una garanzia personale per il capo del Regime, assicurandogli la possibilità di giovarsi del loro reciproco controllo per meglio garantire il suo potere personale».