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Presenti sul territorio


Vittorio Guaccimanni, Carabinieri a cavallo (Ravenna, Pinacoteca Comunale)

Il 16 agosto 1924 fu un brigadiere dei Carabinieri, Ovidio Caratelli della tenenza di Orte, a rinvenire il corpo di Giacomo Matteotti nella macchia della Quartarella. Fu il cane del brigadiere (Trapani) a fiutare il cadavere del parlamentare socialista. Intervenne sul posto il tenente dell’Arma Amodio, che fece annusare a un cane addestrato un indumento di Matteotti: il cane si diresse sicuro verso i resti dell’onorevole rapito due mesi prima. «L’Arma», scrive Giorgio Maiocchi (Carabinieri), «riuscirà ad attraversare i momenti più bui della dittatura conservandosi fedele a se stessa. Anche quando il dovere non sarà gradevole, i suoi rappresentanti sapranno compierlo il più delle volte con umanità e comprensione. Del comportamento dei suoi rappresentanti ci sono rimaste testimonianze significative, riferite ad alcuni di coloro che furono tra i più illustri perseguitati del fascismo». E cita quanto scritto dalla cognata di Antonio Gramsci, Tatiana: «Nei limiti delle disposizioni regolamentari, i carabinieri di scorta ci trattarono con grande correttezza e cortesia».

Vittorio Pisani, Un episodio della lotta fra carabinieri e delinquenza nella metà degli anni VentiLa stampa diede sempre ampio rilievo alle imprese dei carabinieri nella lotta contro la malavita e in operazioni di soccorso. L’arresto dei banditi istriani Collarich e Giugovaz, le campagne contro la mafia siciliana nel periodo del prefetto Mori, la lotta al banditismo sardo nel 1927-29, l’intervento nel terremoto del Vulture nel 1930 furono altrettante occasioni per celebrare il ruolo dell’Arma a difesa e garanzia della collettività minacciata. «Le immagini pittoriche e quelle fotografiche», ricorda Gianni Oliva, «visualizzavano gli episodi colorandoli di eroismo e di valore; all’arresto di Giovanni Collarich in un cinema di Trieste era dedicata una tavola della Tribuna illustrata del 3 febbraio 1924, con un milite in divisa e due in borghese che immobilizzavano il bandito fra lo stupore ammirato e attonito dei presenti; la Domenica del Corriere del 5 agosto 1928 presentava invece un salvataggio in alta montagna, con un brigadiere legato a una corda che si calava coraggiosamente in un crepaccio, soccorrendo una turista ormai esausta. Rispetto al periodo dell’Italia liberale, cambiavano gli ambienti e le circostanze rappresentati, aggiornati in sintonia con l’evoluzione dei tempi, ma restava immutato il messaggio rassicurante». 

Cesare Mori fu nominato superprefetto per la lotta contro la mafia nel 1924. Rimase in carica per quattro anni ottenendo risultati molto importanti nella sua campagna, servendosi soprattutto dei carabinieri, che si batterono con grande energia e dedizione al loro compito. Lo stesso Mussolini rivelò il grande contributo offerto dagli uomini dell’Arma: «Dieci militari uccisi in conflitto con i malviventi, 350 feriti con lesioni guaribili in oltre dieci giorni, quattordici premiati con medaglia d’argento al valor militare, 47 con medaglia di bronzo al valor militare, sei con medaglia al valor civile, 14 attestati di pubblica benemerenza, 50 encomi».

Racconta Maiocchi: «I risultati dell’offensiva di Mori furono eccezionali, anche se non portarono allo sradicamento della mafia, che si acquetò momentaneamente per riprendere più tardi nuovissimo vigore. Alle azioni partecipò l’intera Arma territoriale dei carabinieri, nonché il battaglione mobile di Palermo. L’azione a fondo portò per alcuni anni ad una radicale bonifica delle zone più soggette ad arbitri, vendette, uccisioni, eseguiti col sistema dell’organizzazione segreta».