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Polizia militare

I Carabinieri all’assalto del Podgora (illustrazione d’epoca).L’elemento più significativo della partecipazione dell’Arma alla guerra non fu però il coinvolgimento nei combattimenti (limitato all’estate del 1915 e a una percentuale modesta degli uomini mobilitati, e all’agosto 1916, nell’azione che condusse alla conquista di Gorizia), ma il servizio di polizia militare. Per questo compito, vennero costituiti 257 plotoni autonomi e 168 sezioni, con un totale di 500 ufficiali e 19.816 sottufficiali e uomini di truppa; nel 1917 i ranghi vennero integrati con una parte dei 18mila carabinieri ausiliari, con vincolo di ferma fino a sei mesi dopo la conclusione della pace, assunti in servizio in seguito ai Regi Decreti del 25 febbraio e del 2 dicembre.

«Le mansioni», spiega Gianni Oliva (nella sua Storia dei Carabinieri), «erano quelle tradizionali, già espletate in occasione delle guerre risorgimentali e coloniali: vigilare sulle persone sospette di esercitare lo spionaggio, custodire e tradurre i detenuti, gli arrestati e i prigionieri, far raggiungere i rispettivi corpi ai militari sbandati o isolati, far osservare ai militari le leggi, i regolamenti e le prescrizioni emanati dai comandanti, raccogliere informazioni utili alle operazioni, perlustrare nell’interno e nelle adiacenze degli accantonamenti e dei campi». Oliva osserva che «se nel corso del Risorgimento, quando i reparti erano costituiti da soldati a ferma lunga e le campagne si esaurivano in pochi mesi, il servizio di polizia militare era stato di relativo impegno, in ben altro contesto esso si sviluppava nella Grande Guerra, in mezzo a cinque milioni di combattenti costretti per tre anni e mezzo alla vita di trincea. Il problema non era tecnico, ma squisitamente politico». 

Giorgio Rochat (Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943) precisa che «tutte le fonti escludono una partecipazione attiva alla guerra delle masse popolari e civili, il cui atteggiamento è generalmente descritto come di rassegnata passività. La disciplina non poteva perciò essere impostata sulla ricerca di un consenso motivato, ma doveva necessariamente ricorrere alla minaccia e all’impiego rapido e deciso della repressione violenta contro ogni accenno di fuga o di rivolta. La scelta della repressione come strumento per l’ottenimento dell’obbedienza era senza alternative; rientrava del resto nella tradizione dell’esercito e fu compiuta dalle autorità politiche e militari con indubbia decisione, lungimiranza e capacità organizzativa. Comune a tutte le forze armate europee mobilitate, questa scelta era complicata in Italia dalla presenza di un Partito socialista di grande peso e prestigio che, unico fra i partiti operai di massa del continente, non aveva aderito alla propaganda patriottica e interventista. Questo comportava una gestione della politica interna e della disciplina militare decisamente più pesante che negli altri stati dell’Europa e una compressione ancora maggiore delle libertà».

Achille Beltrame, Carabinieri in trincea (Roma, Museo Storico dell’Arma)Il principio base di tutta l’azione del Comando Supremo in materia di giustizia penale fu, per l’intera durata della guerra, quello (scrivono Enzo Forcella e Alberto Monticone, in un libro di una quarantina di anni fa, Plotone d’esecuzione), di «una giustizia punitiva rapida, severa ed esemplare, sostegno e complemento della disciplina: per realizzare questo ideale si partì dal codice e dalle norme di legge via via emanate negli anni di conflitto, ma si agì con libertà nell’ampio margine offerto dall’applicazione delle norme nella pratica quotidiana». Si trattava, spiega Oliva, «di reprimere i fenomeni di codardia, i tentativi di ammutinamento e di diserzione (per i quali Cadorna aveva scritto che “solo la pena capitale può avere effetto esemplare”), l’automutilazione e l’autolesionismo, i timpani forati con i chiodi, le cecità procurate spalmandosi negli occhi secrezioni blenorragiche, i colpi d’arma da fuoco sparati a bruciapelo nelle mani e nei piedi, le mani mozzate con colpi di vanghetta: ma, soprattutto, tramontata l’illusione di una rapida conclusione del conflitto, si trattava di colpire i reati di opinione, le lettere ai familiari in cui si denunciava la durezza degli scontri, le parole di scoraggiamento, i dubbi sull’efficienza dei comandanti, il semplice sfogo verbale che poteva deprimere il morale dei combattenti».

Le formulazioni del bando di Cadorna del 28 luglio 1915 erano state sufficientemente generiche per assicurare alle autorità militari e giudiziarie ampi margini di intervento: «Sono punibili tutte le espressioni, anche generiche, di denigrazione delle operazioni di guerra, di disprezzo e di vilipendio per l’esercito, per l’amministrazione e per i corpi militari, oppure oltraggiose per persone appartenenti alla milizia anche non determinate, e altresì la diffusione di notizie per le quali possa essere comunque turbata la tranquillità pubblica o altrimenti danneggiati pubblici interessi».

Carabinieri in azione sul Cadore nella prima fase della guerraFra i compiti dei Carabinieri, nel rispetto delle disposizioni del Regolamento Organico, c’era anche quello di «entrare per primi in una località conquistata», ricorda il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri: «innanzitutto occorreva verificare che non vi fossero appostati dei cecchini avversari, stanarli e procedere all’arresto di personaggi ritenuti pericolosi ai fini dello spionaggio; occorreva porre in salvo la cassa comunale e proteggere le proprietà dei cittadini lasciate incustodite dallo sciacallaggio dilagante; occorreva disporsi immediatamente alla vigilanza di ogni struttura utile militarmente, come ponti, stazioni ferroviarie, aeroporti o centrali idriche ed elettriche; occorreva individuare e recuperare armi e munizioni abbandonate dal nemico; occorreva regolare il traffico sugli stradali e coordinare l’afflusso in prima linea dei reparti, evitando dannosi ingorghi». «Insomma», conclude il generale Ferrara, «esisteva un’invisibile rete che, grazie ai Carabinieri, teneva legate le unità combattenti».