Menu
Mostra menu

Dal Podgora all’ingresso a Gorizia

Durante la Grande Guerra il compito principale attribuito agli uomini dell’Arma fu quello tradizionale di polizia militare. Ma non mancarono le pagine di gloria scritte dai Carabinieri quando furono impegnati nelle operazioni di guerra: come sul Podgora, nel luglio 1915, e nella sesta battaglia dell’Isonzo, che portò alla conquista della città di Gorizia  

Vittorio Pisani, La battaglia del Podgora

In un discorso pubblico, nel 1917, Gabriele D’Annunzio tracciò questo profilo dei Carabinieri: «È l’Arma della fedeltà immobile e dell’abnegazione silenziosa; l’Arma che nel folto della battaglia e al di qua della battaglia, nella trincea e nella strada, nella città distrutta e nel camminamento sconvolto, e nel pericolo durevole, dà ogni giorno uguali prove di valore, tanto più gloriosa quanto più avara le è la gloria».

Un trinceramento dei Carabinieri Reali sulle pendici del Podgora durante una pausa di riposo.Di gloria si coprirono le brigate Re e Pistoia (11a Divisione) meno di un mese dopo l’inizio della guerra, nel luglio 1915, sul Podgora. La marcia di avvicinamento da Cormons al Podgora era stata particolarmente dura, anche per il caldo soffocante. Le armi, l’equipaggiamento e i viveri erano del tutto inadeguati. Mancavano le borracce per l’acqua, le pinze tagliafili, le maschere antigas, le bombe a mano. Le trincee erano esposte al fuoco nemico, senza protezione. Un’azione disperata, in quelle condizioni. Ma gli uomini reagirono con uno straordinario senso della disciplina. E così fu: subirono perdite enormi, ma senza indietreggiare, fino a quando i Comandi non si resero conto che – senza l’appoggio dell’artiglieria – l’impresa si sarebbe risolta in un suicidio di massa. Soltanto allora fu dato l’ordine della ritirata.

In queste azioni venne impiegato il Reggimento Carabinieri, la cui costituzione era stata prevista in caso di mobilitazione fin dal 1905, e che si era effettivamente formato nell’imminenza del conflitto con nove compagnie, fornite dalla Legione Allievi e dalle Legioni di Firenze, Ancona, Napoli, Bari e Palermo. La forza complessiva era di 65 ufficiali e di 2.500 sottufficiali e uomini di truppa, al comando del colonnello Antonio Vannugli. Inizialmente addetto al servizio di sicurezza e di difesa del Comando Supremo, il Reggimento era stato assegnato in luglio al comando del VI Corpo d’Armata e due Battaglioni (30 ufficiali e 1.399 carabinieri) erano stati schierati nelle trincee fronteggianti la quota 240 del Podgora, dove avevano iniziato i lavori di fortificazione e di collegamento fra le linee. La posizione era divisa in due settori, con un fronte complessivo di 400 metri, base di partenza per l’assalto alla quota 240. L’ordine d’attacco (alla baionetta, senza sparare un colpo) venne dato la mattina del 18 luglio, previa breve preparazione con tiri d’artiglieria per aprire varchi fra i reticolati austriaci: alle ore 11 precise, il colonnello Vannugli dette l’ordine di assalto. il colonnello Antonio Vannugli (in primo piano), comandante del Reggimento Carabinieri Mobilitato, insieme con il maggiore Alberto Ferrari, comandante del 1° Battaglione dell’unità dell’Arma impegnata sul fronte giuliano fin dal primo giorno di guerraAl successivo comando “alla baionetta”, l’8a Compagnia, al comando del capitano Giuseppe Vallaro, balzò immediatamente dalla trincea. A 30 metri circa seguiva la 7a, al comando del capitano Eugenio Losco, seguita, a sua volta, pure a circa 30 metri, dalla 9a, guidata dal capitano Carlo Lazzari. Lo slancio dei reparti portò alla conquista di qualche palmo di terreno, ma l’ultimo, sia pur breve tratto sotto le trincee austriache, si ergeva ripido e scosceso come una muraglia, difeso da più ordini di reticolati, contro cui scarsa efficacia avevano avuto il fuoco dell’artiglieria e il brillamento dei tubi di gelatina. Dopo quattro ore di combattimenti, venne perciò dato l’ordine di fermarsi e di consolidarsi sulle posizioni raggiunte, in modo da respingere un eventuale contrattacco nemico. Entro questa cornice, l’azione del Reggimento Carabinieri non si distingueva da quella di tutte le altre unità dell’esercito, mandate a infrangersi contro gli sbarramenti difensivi nemici. I costi umani altissimi (53 morti, 10 dispersi, 143 feriti), gli encomi ufficiali («I carabinieri stettero saldi e impavidi sotto la tempesta di piombo e di ferro che imperversava da ogni parte», scrisse il comandante della brigata Pistoia, sotto la cui direzione si sviluppò l’assalto a quota 240), i riconoscimenti al merito di guerra (9 medaglie d’argento, 33 di bronzo e 13 croci al valor militare) erano gli stessi che avrebbero caratterizzato la vita dei reparti nei momenti più drammatici del conflitto.
Nel novembre 1915, il generale Luigi Capello scrisse: «Non voglio che resti ignota a nessuno dei loro compagni di battaglia e di fede l’assidua opera, non meno meritoria perché modesta, con la quale i Carabinieri Reali del Corpo d’Armata cooperarono al raggiungimento degli scopi comuni.

Nell’adempimento delle loro complesse mansioni, nella diuturna azione da essi svolta, oscura e talvolta ingrata, la quale ben spesso è sacrificio che rimane ignorato, non sogno di gloria li guidava, ma la rettitudine di cui è foggiata la loro coscienza, l’alto sentimento del dovere che fa loro compiere con semplicità gli atti più eroici, la fedeltà nelle istituzioni che è dote non mai smentita delle tradizioni della loro Arma».