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La testimonianza di un giornalista

Un grande giornalista dell’epoca, Alfredo Comandini (che per un breve periodo fu anche direttore del Corriere della Sera), commentò i cent’anni dell’Arma per L’Illustrazione Italiana, descrivendone i compiti e le peculiarità. Può apparire singolare il fatto che Comandini avvii il suo racconto dalla capacità di tenere la penna in mano (una caratteristica molto rara, allora, nei militi delle altre Forze Armate): «Il generale D’Oncieu va considerato come l’inventore di quel sistema, diremo così, “grafologico” che dà la più singolare delle impronte ai servizi dei Reali Carabinieri. Infatti, il perfetto carabiniere è uomo che scrive, che sa scrivere, che deve sempre e ad ogni costo scrivere. A qualunque fatto il carabiniere si trovi presente, egli, appena rientrato in caserma, deve raccogliere le proprie idee e scrivere: il semplice milite scrive all’appuntato, l’appuntato al vice brigadiere, il vice brigadiere al brigadiere, questi al maresciallo, il maresciallo al luogotenente, il luogotenente al tenente, il tenente al capitano, il capitano al maggiore, il maggiore al colonnello, il colonnello (che comanda la Legione) al generale comandante supremo del Corpo; ma il primo, assoluto, indeclinabile compito è scrivere». Comandini ricorda poi la vicinanza degli uomini dell’Arma alla popolazione: «Interminabile, e, fors’anche, monotona, la sequela dei fatti compiuti da questi bravi soldati, diventati oramai gli amici, i custodi desiderati delle popolazioni rurali. Attraverso quasi sette lustri di assidue, pazienti, diuturne fatiche, i Reali Carabinieri passano dalle caratteristiche manifestazioni del servizio quotidiano, alle vicende storiche della guerra, mantenendo alto il prestigio del Corpo anche sui campi della gloria militare in Lombardia. I tempi nuovi hanno portato ai carabinieri non miglioramenti adeguati, né di rimunerazione, né di carriera, ma più duri compiti, maggiori responsabilità, minori soddisfazioni. Sempre però motivo di onore e di nobile orgoglio per un Corpo che incarna un elevato concetto militare e politico. Questo concetto i Reali Carabinieri italiani lo hanno riaffermato in questo ultimo trentennio anche in Africa, nella colonia Eritrea, poi in Libia; in Cina, a Creta, in Macedonia, presi dovunque a modello; lo riaffermano ogni giorno in patria, dove mostrano di quali meravigliose qualità è suscettibile il popolo italiano, quando sia educato ad una seria scuola di disciplina, di abnegazione, di dovere».

cartolina celebrativa del centenario dell’Arma

Il giornalista passa poi alla commemorazione vera e propria: «Celebriamo i Carabinieri le cui benemerenze superano, oggimai, il secolo. Essi vanno celebrati, giustamente, dalla storia, dalla poesia, dall’arte; sono uno dei profili, quanto mai caratteristico, della fisionomia militare e politica italiana; sono la macchia inevitabile dei quadri popolari, festosi e tristi, idillici e drammatici, della nostra vita quotidiana. Girano, a due a due, seri, calmi, cadenzati. Perché a due a due sempre? Il regolamento vuole così: l’uno controlla l’altro: l’uno sorregge l’altro. Il carabiniere, per andarsene solo, deve sempre avere in tasca un ordine speciale. Carabiniere solo – dicono le ragazze del popolo – novità!... Due: fortuna, marito. E quando i due buoni neri ragazzi si avanzano sul peso dei loro passi misurati un poco dondolanti e qualche fanciulla del popolo cammina loro incontro, essi, quasi inconsciamente, le aprono il passo, e la fanciulla, le fanciulle passano in mezzo, sorridenti e contente, a questo augurio di fortuna! Vi è in questo simpatico pregiudizio come la sintesi psicologica della simpatia, che accompagna da cento anni i reali carabinieri, in mezzo ai quali passano fidenti le simboliche figure dell’ordine, della legge, della libertà».