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i briganti della Sardegna

sardegna3Nell’ultimo decennio del secolo le autorità erano preoccupate soprattutto per il dilagare della criminalità in Sardegna. Occorreva un intervento intelligente che recidesse alle radici il fenomeno. Fu questo il compito affidato al maggiore Eugenio Baratono, un ufficiale risoluto e ricco di iniziativa. Nel 1891 Baratono fu destinato al comando della Divisione di Sassari. Poche settimane prima a Usini, un paese nei dintorni, c’era stata una strage provocata da due banditi, Ciccio De Rosa e Mario Angius. Baratono diede ordine di far immediatamente arrestare tutti i loro fiancheggiatori, i complici, i reticenti. Mostrò il polso duro della legge a chi, avendo paura, non era disposto a collaborare con lo Stato.

Alla fine di maggio del 1894 il cerchio si chiuse intorno ai banditi. Al comando di dodici carabinieri, il maggiore Baratono circondò una casa di campagna sulla via di “Rizzeddu”, a Sette Fontane. De Rosa, Angius e Sebastiano Chessa con loro, erano lì. Era l’ultimo rifugio di cui potevano disporre. Fu un lungo e durissimo conflitto a fuoco. Vi morì, eroicamente, anche un maresciallo dei carabinieri, Vittorio Audisio, che si gettò in avanti per coprire il maggiore Baratono, preso di mira da uno dei malviventi, quasi certamente il Chessa. Ma i carabinieri giunsero fino alla porta del cascinale e la sfondarono. Il primo a sparare fu proprio l’ufficiale, la sciabola in una mano, il revolver nell’altra: davanti a lui, Ciccio De Rosa abbassò il fucile, ormai inutile: la sua sorte era segnata. Raccontano le cronache dell’epoca che consegnò il fucile a Baratono pronunciando la frase: «Maggiore, mi arrendo a voi». Catturati, i malviventi furono processati e impiccati. I militari che avevano preso parte all’azione vennero decorati con quattro Medaglie d’argento e quattro di bronzo. Una di quelle d’argento andò alla memoria dell’eroico maresciallo Audisio. 

Un altro protagonista della lotta contro i briganti sardi fu il vice brigadiere Lorenzo Gasco. La partita fra lui e il bandito Vincenzo Fancello, detto Berrina, fece storia. Il capitano Giuseppe Petella, alla fine di una paziente raccolta di informazioni, aveva preparato in gran segreto un’operazione chiamata da un cronista dell’epoca “la notte di San Bartolomeo”: nella notte tra il 14 e il 15 maggio 1899 decine di persone, latitanti e loro complici, vennero tirate giù dal letto e ammanettate. Berrina, con un altro malvivente, Giuseppe Pau, si mosse verso luoghi più sicuri, ma incappò nella rete tesa dal capitano Petella. Una squadriglia di carabinieri scelti comandata dal tenente Antonio Jannello li intercettò durante la fuga mentre tentavano di raggiungere il mare. Gasco faceva parte della pattuglia. Berrina riuscì a intravederne l’ombra su un albero, nonostante fosse buio fitto. Una fucilata fece rotolare Gasco a terra. Ma non era ferito, e si gettò sul brigante ingaggiando con lui un furibondo corpo a corpo. Berrina aveva la sua fida “leppa”, un coltello tipico dalla lama affilatissima, ma non fece in tempo ad usarla. Fu Jannello a fulminarlo. In quella memorabile notte persero la vita sei malviventi; altri 75 furono assicurati alla giustizia. A Gasco fu assegnata la prima Medaglia d’argento. Pau riuscì a farla franca e si unì alla banda dei fratelli Serra-Sanna, che spadroneggiava nella zona di Orgosolo. 

Il successivo colpo al banditismo fu inferto l’11 luglio 1899 a Morgogliai, vicino Orgosolo. Il nemico era rappresentato dalla banda che faceva capo ai fratelli Serra-Sanna. Nella battaglia di Morgogliai compare il nome di un altro intrepido carabiniere, il brigadiere Lussorio Cau che, nei piani del capitano Petella, rappresentava l’uomo forte delle operazioni più delicate e delle situazioni difficili. Cau, da solo, si avventurò sui monti frugando la selva con un potente cannocchiale, che gli permise di scoprire il covo dei banditi. Tracciò uno schizzo dei luoghi e tornò quindi sui suoi passi per avvertire il capitano che era giunto il momento di passare all’azione. Fra carabinieri e fanti, circa duecento uomini si misero in cammino per un sentiero impervio, al buio, fra aspre rupi, incespicando e ruzzolando su quel mare di pietre. Cau faceva la guida. Giunti in prossimità del covo, Cau a piedi scalzi, strisciando come un serpente, scomparve nella macchia. Tornò dopo una decina di minuti per riferire al capitano che i banditi erano nel covo che lui aveva identificato, aggiungendo che c’era un brigante di guardia. La sorpresa fallì perché quel brigante dette l’allarme. E con un colpo di fucile forò la giubba di Cau. Il bandito Virdis fu il primo ad essere trafitto dai colpi di moschetto, e subito dopo cadde anche uno dei Serra-Sanna, Giacomo, mentre, nell’estrema disperazione, tentava di rompere l’accerchiamento. Lorenzo Gasco si lanciò all’inseguimento del Pau, ma il malvivente, appostatosi dietro una pietra, sparò e fece centro. Gasco si accasciò con un lamento. Si riprese pochi minuti più tardi, si fece ricaricare il moschetto e pretese che lo lasciassero solo, asserendo che se la sarebbe cavata comunque. Un carabiniere, Moretti, colpito al cuore, morì fra le braccia del suo capitano. Poco dopo fu la volta di un soldato di fanteria, sceso sul greto di un torrente per dissetarsi. A sparargli furono i briganti Elias Serra-Sanna e Giuseppe Pau. Guidati ancora da Cau, altri carabinieri si misero all’inseguimento dei due. Pau incespicò, cadde con una gamba e un braccio spezzati. Una pattuglia gli fu addosso, con i fucili spianati. Oramai in trappola, il delinquente implorò “pietade”, mentre caricava la rivoltella per l’ultimo tradimento. Ma un carabiniere fece fuoco prima di lui, ferendolo mortalmente alla testa. Serra-Sanna affidò la sua sorte alla fuga, ma precipitò da un dirupo e non si rialzò più. La vittoria della legge non poteva essere più completa. Morgogliai segnò l’inizio di un periodo di relativa tranquillità nella zona. Per quell’operazione il brigadiere Cau ebbe la Medaglia d’oro al valor militare. Il capitano Petella e il vice brigadiere Gasco la Medaglia d’argento (la seconda per Gasco).