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I bulucbasci, sergenti indigeni delle truppe coloniali italianeLa notizia della grave sconfitta provo­cò in Italia proteste e tumulti ovun­que. «La stampa», ricorda il generale Ferrara, «non ebbe reticen­ze nel denunciare la gravità della disavventura africana: “La catastro­fe”, scrisse un noto settimanale d’opinione, “è venuta più terribile, più tragica di quel che s’aspettassero quelli stessi che presagivano una fine infelice alla folle avventura. Tutto il Paese piange di dolore e d’ira: piange per i prodi generali e ufficiali, per i giovani soldati periti così barbaramente in terra straniera per causa straniera; piange per l’avvilimento della patria; e vibra d’indignazione per chi ci ha condotti pazza­men­te a questo strazio. Baratieri, che per aver impegnato in condizioni simi­li, in un terreno simile, un simile combattimento, apparisce quasi un tradi­to­re, finché non ne abbia dato spiegazione: è intanto destituito, richiamato, e risponderà a un consiglio di guerra. Crispi, davanti alla marea ­d’indignazione che saliva, ha dovuto dimettersi ancora prima di presentarsi alla ­­Camera”». Un brigadiere dei Carabinieri fu protagonista involontario di un episodio curioso. Alla fine del 1896, nella basilica milanese di San Babila, fu celebrato un rito funebre alla memoria di Adolfo Jotti, di cui era stata confermata ufficialmente la morte in combattimento. Nella primavera successiva il sottufficiale ricomparve, e fu in grado di raccontare che, insieme con altri 1.800 militari di varie Armi, era stato fatto prigioniero e condotto a piedi ad Addis Abeba. La liberazione avvenne 14 mesi più tardi e, ancora a piedi, Jotti poté raggiungere il Comando della Compagnia di Massaua e, subito dopo, imbarcarsi per fare rientro in Italia.