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Funzioni militari

I Carabinieri coloniali (nel loro ruolo militare) furono coinvolti nella difesa del forte di Macallè e nella battaglia di Adua. La resistenza che il maggiore Giuseppe Galliano oppose all’assedio delle truppe del ras Makonnen ha provocato negli ultimi decenni una revisione storica giudicata priva di significato dal punto di vista militare. «Resistere per ostacolare la marcia dell’esercito abissino?», si è domandato lo storico Roberto Battaglia (nel saggio La prima guerra d’Africa). «Ma che importanza poteva avere per lo sterminato esercito del re dei re lasciarsi alle spalle un forte con poco più di milleduecento uomini continuando indisturbato la propria marcia?». 

Una fase della battaglia dell’Amba Alagi (7 dicembre 1895)
 
L’importanza di quell’episodio deve però essere valutata sotto il profilo emotivo e propagandistico. Macallè alimentò una leggenda fra le più suggestive e fortunate di tutta la campagna d’Africa. «Un gruppo d’uomini isolati in capo al mondo», racconta ancora Battaglia, «strenuamente resistenti agli attacchi di un’orda sterminata, una grande e romanzesca avventura, di cui non si scorgono con chiarezza i contorni e il significato e proprio perciò più affascinante: ecco come l’assedio del forte di Macallè fu vissuto in Italia e diffuso dagli illustratori popolari, suscitando ondate d’entusiasmo, facendo leva sui sentimenti elementari della solidarietà umana, quasi si trattasse d’un gruppo di esploratori smarritisi nel continente misterioso e non di soldati che, per resistere così a lungo sul posto, pur avrebbero dovuto avere qualche precisa funzione cui assolvere nel piano della campagna».

Dante Paolocci, Un battaglione indigeno in ricognizione prima della battaglia di AduaNella stessa chiave deve essere valutato anche un episodio che ebbe per protagonista il carabiniere Eugenio Bianchi. «Uscito allo scoperto durante un combattimento per recuperare un cannoncino da montagna franato fuori dalla postazione», si legge nella motivazione della Medaglia d’argento che gli fu conferita, «il Bianchi si caricò il pezzo sulle spalle e con esso risalì il pendio della ridotta sotto il fuoco nemico, riuscendo poi a rimettere l’arma in batteria». Quell’atto di eroismo rese molto popolare il suo autore. Ne parlarono diffusamente i giornali dell’epoca, e il suo gesto fu immortalato da molti pittori. Gianni Oliva racconta con queste parole il dipinto di Vittorio Pisani: «Curvo sotto il peso del cannone, il carabiniere si arrampica su un dirupo desolato di massi e cespugli mentre alle sue spalle lampeggiano i fucili degli abissini. Sulla sommità del declivio, il tricolore con la croce sabauda sventola da una torretta del forte, simbolo ideale di un patriottismo che si spinge sino alle forme più eroiche di abnegazione». E sottolinea come «attraverso queste immagini, la guerra di conquista coloniale si ricollegava a quelle di liberazione risorgimentale in un messaggio che, tacendo le ragioni storiche degli avvenimenti, esaltava uno stesso modello di devozione alla bandiera e di senso del dovere, e la rappresentazione del carabiniere d’Africa si distingueva da quella della repressione del brigantaggio o dell’intervento in calamità naturali solo per il diverso paesaggio».