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Lo sbarco in Eritrea dei Carabinieri

Nel 1883 arrivarono in Eritrea i primi quattro uomini dell’Arma. Di lì a pochi anni fu costituito un Comando a Massaua. Iniziava allora l’avventura coloniale voluta dal governo italiano, che si sarebbe conclusa con la drammatica disfatta subita ad Adua nel 1896. Ma i Carabinieri si fecero comunque onore in quelle terre lontane

Quinto Cenni, Uniformi coloniali del 1889-1890

Il 16 maggio 1883 sbarcarono ad Assab i primi carabinieri. Erano in quattro: il maresciallo Enrico Cavedagni e i carabinieri Albino Ghitta, Pasquale Iervolino, Edoardo Piazza. Assab costituiva la prima base italiana in Africa. La decisione di istituire lì una Stazione dei Carabinieri risale alla fine del 1882. Il 22 dicembre di quell’anno il ministero della Guerra trasmise al Comando Generale la richiesta del ministero degli Affari Esteri, precisando che i militari da destinare dovevano essere appunto quattro, compreso un sottufficiale. La selezione fu particolarmente accurata. Il colonnello Comandante della Legione di Palermo alla quale apparteneva il maresciallo prescelto per comandare il gruppo, lo descrisse così: «Alto m. 1,70, robusto e prestante nella persona, riunisce in sommo grado tutti i voluti requisiti. Egli, sia per intelligenza e capacità letteraria, sia per autorevolezza, condotta intemerata e zelo indefesso nel servizio dà piena garanzia di sé, e sono certo che contribuirà a mantenere il buon nome dell’Arma anche in quella lontana terra: facendosi cadere su di lui la scelta, non vi sarebbe dubbio sulla riuscita». L’arrivo fu piuttosto avventuroso. La nave non poté attraccare in porto. Quattro indigeni si offrirono di portarli a riva a spalla, ma l’offerta fu rifiutata. Raccontò poi Cavedagni: «L’invito a metterci cavalcioni su quegli ometti un po’ macilenti, e dall’aspetto non troppo solido, poco ci persuase e quindi ritenemmo miglior partito limitarci ad affidare loro il bagaglio e, rapidamente spogliatici, entrammo in acqua, conservando solo le armi tenute alte sopra la testa. Arrivammo così alla spiaggia, ove ci attendeva con pochi connazionali il regio commissario civile, in condizioni non troppo superbe, vestiti solo dell’allegra disinvoltura con cui affrontavamo la non prevista vicenda. Ma dopo poche ore avemmo la nostra rivincita, quando, raggiunto il baraccamento destinatoci a caserma e riasset­tatici, ne uscimmo, vestiti di tutto punto, in grande uniforme, per le visite di dovere. E specialmente gli indigeni, che avevano forse sogghignato pel nostro forzato nudismo di poco prima, restarono sbalorditi ed ammirati da tanto sfarzo mai visto. Devo però confessare che quella fu la prima e l’unica volta che la grande uniforme di panno con relativo cappello vide la luce del sole di Assab. Subito dopo la visita, essa venne riposta definitivamente, e solo ne furono utilizzati: il pennacchio, da issare sull’elmetto nelle grandi solennità, e le granate e alamari di cui fregiammo gli elmetti e le giubbe di tela».