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La prima carica, a Grenoble

Nel luglio del 1815, un reparto di Carabinieri Reali si coprì di gloria nel Delfinato, contribuendo alla vittoria della Coalizione contro gli ultimi bonapartisti. L’episodio convinse il re di Sardegna Vittorio Emanuele I ad allargare (e definire meglio) i compiti di difesa, interna ed esterna, attribuiti al Corpo fondato appena un anno prima




Alberto Spagnoli, La carica dei Carabinieri a Grenoble (Roma, Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri)



Esattamente un anno dopo la costituzione del Corpo, i Carabinieri affrontarono il battesimo del fuoco a Grenoble. E dettero prova di valore. Era il 6 luglio 1815. Diciotto giorni prima Napoleone Bonaparte aveva subito la sconfitta definitiva a Waterloo. Rientrato a Parigi, aveva rinunciato a organizzare la resistenza e una controffensiva. Non voleva che si spargesse altro sangue per difendere il suo impero. Il 22 giugno aveva firmato l’atto di abdicazione. Il 3 luglio era a Rochefort: aveva chiesto un convoglio di fregate per farsi condurre negli Stati Uniti. Il 15 si sarebbe consegnato agli inglesi, accettando di essere condotto in esilio.

Grenoble era un simbolo. Ai primi del mese di marzo, rientrato in Francia dopo la fuga dall’Elba, Napoleone stava risalendo verso Parigi, per riprendere il potere. Contro di lui, davanti a Grenoble si era schierato il 5° Reggimento di linea con l’ordine di bloccarlo. Bonaparte affrontò quegli uomini a viso aperto, apostrofandoli con una frase rimasta storica: «Soldati del quinto di linea, mi riconoscete voi?». I soldati lo acclamarono, aprendo le porte di Grenoble all’imperatore. Tre mesi dopo, organizzarono la difesa contro gli eserciti della Settima Coalizione (la stessa che aveva sconfitto Napoleone nelle campagne piovose del Belgio). Inglesi, prussiani, russi e austriaci marciavano sul suolo della Francia per restaurare la monarchia dei Borbone, cacciata dalla Rivoluzione del 1789.

L’ala meridionale di questo esercito sterminato comprendeva anche quindicimila uomini che indossavano l’uniforme del Regno di Sardegna, al comando del generale Vittorio de La Tour. Vittorio Emanuele I, appena rientrato a Torino, si era preoccupato di mettere in piedi un esercito di volontari, per schierarsi al fianco delle grandi potenze che volevano chiudere definitivamente la partita con la Francia e per difendere il Regno da un possibile attacco ai confini. L’esercito piemontese si congiunse, nel Delfinato, con gli austriaci per infliggere il colpo decisivo ai francesi rimasti fedeli all’imperatore. Quel corpo di spedizione comprendeva un reparto scelto di Carabinieri Reali a cavallo, agli ordini del luogotenente Michele Taffini d’Acceglio (che vent’anni dopo sarebbe stato nominato Comandante Generale dell’Arma), coadiuvato dal sottotenente Giovanni Battista Cavassola, da 5 sottufficiali e 27 soldati. Il 5 luglio il grosso delle truppe piemontesi (al comando del generale Alessandro Gifflenga) si attestò nelle immediate vicinanze di Grenoble. «L’indomani», racconta il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri, «il generale Gifflenga ordinò l’attacco della piazzaforte tenuta dai napoleonici che, dopo un ripiegamento strategico, tentarono un’accanita resistenza, piegata solo grazie ad una carica effettuata dai Carabinieri Reali e da uno Squadrone di Cavalleggeri». Un solo carabiniere rimase ferito. Nel suo rapporto, Gifflenga sottolineò come la carica avesse permesso di catturare molti prigionieri. De La Tour, nell’ordine del giorno, scrisse: «Maggiori di ogni elogio sono il valore, l’intrepidezza e la maestria con cui si distinsero nell’attacco di Grenoble le truppe e i picchetti di cavalleria e dei carabinieri comandati dal sottotenente cavalier Cavassola».
Il giorno successivo, la città di Grenoble si arrese.