Menu
Mostra menu

Le cronache dell'epoca

Nel suo libro Maiocchi riporta alcune cronache tratte dai giornali dell’epoca che testimoniano i pericoli ai quali erano esposti i carabinieri in Eritrea. «Il vice brigadiere Francesco Arca, nativo di Sardegna, comanda il posto di Saberguma, a due terzi di strada da Sahati a Ghinda. Con uno zaptié, il giorno 17 aprile 1894 si recava in perlustrazione e saliva alla cima del monte Emarat, a ponente di Ailet, per vederci meglio all’intorno, diceva il bravo carabiniere. Emarat è alto 725 metri sul livello del mare ed in linea retta sulla carta topografica è lontano intorno a 12 chilometri da Saberguma, ma la strada vera purtroppo non è né retta né piana! Con un caldo che in questi giorni raggiunge ed oltrepassa nei pressi di Saberguma i 36 gradi, quei due, fra le 3 e le 4 ore di sera raggiunta la cima, stanno per sostare e tirare un poco il fiato, quando sentono un bisbigliare, un parlare sommesso. Cosa è? Scorgono una diecina di indigeni in attitudine, come si dce, sospetta, e li vedono armati, sei di fucile e quattro di lancia. Il zaptié dà il chi va là. Una schioppettata è la risposta di quegli amiconi e la palla va a colpire, leggermente per fortuna, alla coscia il vice brigadiere. Questi, niente intimorito, si appiatta collo zaptié dietro alcuni macigni, e cominciano insieme la fucilata contro i malandrini che rispondono nascondendosi dietro alcuni alberi. Il vice brigadiere racconta che avendo detto allo zaptié: “Coraggio e niente paura!”, questi rispose: “Carabiniere mai avere paura!”. Intanto il bravo Arca, vedendo che la banda non usciva, ordina di cessare il fuoco, nascondendosi del tutto, per indurla a credere che fossero partiti. Infatti poco dopo un malandrino esce per guardare e l’Arca gli appioppa una palla in fronte, che lo stende morto; un secondo corre a prendere il fucile del caduto ed una palla in petto lo mette a terra. Altri due sono feriti. I carabinieri li inseguono, ma il sopraggiungere della notte ed un bosco ne fecero perdere le traccie. Il bravo carabiniere, claudicando va a Ghinda a fare il suo rapporto, torna coi superiori sul posto per le volute constatazioni e, fatti seppellire gli uccisi, se ne va a letto, dove, dico, ne avrà per una quindicina di giorni. Dimenticavo di dire che esso ha avuto l’elmetto forato da parte a parte da una palla». Il vice brigadiere Arca fu decorato di Medaglia d’argento.

Giovanni Fattori, Rivista a Campo di Marte (collezione privata). Fattori, esponente di spicco della corrente dei Macchiaioli, dedicò decine di opere (e una quantità enorme di bozzetti) all’Arma dei Carabinieri

«Il 7 febbraio 1895 il carabiniere a piedi Evangelisti Giuseppe della Stazione di Ghinda, di servizio al posto di Larghesana, armatosi di fucile a due canne a scopo di caccia, si trovò improvvisamente di fronte ad una leonessa (...). Il bravo carabiniere, senza perdersi d’animo, le sparò contro un colpo. La leonessa ferita, ruggendo fortemente spiccò un salto contro il carabiniere che, senza muoversi e colla massima calma, le si avvicinò ed a bruciapelo tirò un secondo colpo che la rese cadavere». E ancora: «Un indigeno, certo Tesamma Negussiè, era riuscito ad evadere dalle carceri di Adigrat» portando con sé varie armi. «Inseguito per due giorni inutilmente, finì però per cadere nelle mani dello zaptié Alì Ismail, che aveva lo speciale incarico di cercarlo». Per sfuggire all’arresto, il fuggiasco si gettò in un burrone, ma il «bravo» zaptié «vi si cacciò egli pure», riuscendo così ad arrestarlo.