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Come Sherlock Holmes

Erano indispensabili altri strumenti, e altre qualità. Giorgio Maiocchi (Carabinieri. Due secoli di storia italiana) ricorda che in quegli anni Arthur Conan Doyle inventava il personaggio di Sherlock Holmes, il detective che affidava al fiuto personale, e a una logica di carattere geometrico, la soluzione di casi oscuri: «L’indagine poliziesca era all’ordine del giorno per i carabinieri, soprattutto per quelli che si trovavano dislocati nelle stazioni più lontane e isolate, e sui quali incombeva di conseguenza la necessità di operare a tutti i livelli delle proprie mansioni. Delitti misteriosi, di cui spesso era oscuro non soltanto il responsabile ma lo stesso movente, emergevano di frequente nel corso dell’attività che i carabinieri erano chiamati a svolgere. Ecco così che ufficiali, sottufficiali, a volte militari semplici assumevano un ruolo di veri e propri detective». 

Giovanni Fattori, Carabinieri fra la gente dei campi (collezione privata).

Non mancavano né il crimine misterioso, né l’incertezza del movente, né l’aleatorietà degli indizi. Non mancava nessuno dei classici motivi di “suspense” di ogni buon racconto poliziesco. E non mancava, soprattutto, l’ingrediente principe, senza il quale l’intera trama non starebbe in piedi: il “detective”. Un ruolo che era svolto egregiamente dai carabinieri. «A volte, dietro questi vecchi casi, si intuiscono tesori di intelligenza, di intuizione, di psicologia, profusi dai carabinieri per arrivare a far trionfare la giustizia, quando questa sembrava sul punto di essere bellamente gabbata. Il colpevole veniva rintracciato in ogni caso, a riprova dell’asserto che “il delitto non paga”». 
«Se i carabinieri dovevano essere rigorosi, autorevoli e autodisciplinati nel rapporto quotidiano con la popolazione civile», osserva lo storico Gianni Oliva, «a maggior ragione erano necessarie precauzioni e regole nel momento in cui essi esercitavano le funzioni repressive. Gli interventi andavano curati fin nei minimi particolari e dovevano corrispondere a modelli precostituiti in funzione delle diverse situazioni. Il problema era insieme di efficacia operativa e di immagine: da un lato, si trattava di agire con tempestività ed energia per garantire la buona riuscita dell’azione, evitando clamori eccessivi, reazioni inconsulte da parte degli arrestati, o eventuale coinvolgimento di estranei; dall’altro, occorreva modellare l’intervento in rapporto alle persone e agli ambienti cui si rivolgeva, perché il messaggio implicito nella repressione raggiungesse i destinatari voluti e avesse il necessario valore deterrente. Per motivi tattici bisognava distinguere l’atteggiamento di fronte a un singolo malfattore da quello in presenza di una folla tumultuante: in un caso poteva servire la durezza e la decisione, nell’altro la prudenza e la tolleranza. Per motivi ideologici bisognava però anche diversificare l’atteggiamento verso un bracciante da quello da usarsi verso un notabile: difensori dell’“ordine e della proprietà privata”, i carabinieri non dovevano accomunare in una stessa forma di repressione “il bifolco e la persona educata”, ma rapportarsi all’interlocutore “allo stesso modo che usereste una lingua, piuttosto che un’altra, a seconda della nazione a cui appartiene l’individuo col quale dovreste parlare”». La citazione è tratta dal Galateo del capitano Grossardi, nel quale si affermava anche che «nei paesi ove è destinato a fissare la propria residenza, il tutore della sicurezza pubblica non deve andare in traccia d’una vana popolarità e d’una finta affezione, che cadono al primo volgere di vento contrario alle aspirazioni e ai desideri di quelli che si dissero vostri amici. È molto più sicuro, perciò, l’essere temuto che amato, quando si abbia a mancare l’uno dei due». 
Severità, quindi, energia, rigore. Le necessità del servizio potevano però attenuare questi tratti, ove fosse opportuno. In particolare, in occasione di tumulti popolari l’atteggiamento doveva ispirarsi a una maggiore tolleranza, almeno fino a quando questa non fosse scambiata per debolezza o vigliaccheria. 
Il mantenimento dell’ordine in caso di sommosse era l’impegno operativo più oneroso, in cui il carabiniere doveva «spogliarsi da ogni passione personale e rendersi strumento materiale di forza, con una mente dirigente che tenda a raggiungere, a qualunque costo, l’unico scopo che gli è determinato». Sottolinea Oliva: «Alle provocazioni e ai motteggi, che la rabbia popolare tradizionalmente rivolgeva ai reparti schierati, occorreva rispondere con sangue freddo e impassibilità. Il Regolamento generale parlava di “calma e ponderazione” per non “provocare disordini o produrre gravi conseguenze”; Grossardi, con linguaggio più esplicito, affermava che non si doveva “dar peso a quanto, anziché essere diretto allo scopo deliberato d’offendere, non è che una falsa e vigliacca manifestazione di un momento di traviamento o d’ignobile sentire”. Il limite della tolleranza non era da misurare sulla qualità delle offese ricevute, ma sull’impressione di impotenza che poteva essere determinata da un’eccessiva esitazione: “quando questi atti si ripetessero in modo da non potersi più oltre tollerare senza che la longanimità venga scambiata per debolezza, allora al carabiniere basterà che, seguendo quel contegno severo e risoluto che lo faceva restare impassibile contro quegli innocui attacchi, accenni a volerli far cessare colla stessa fermezza con cui da prima li sopportava, e allora vedrà che egli raggiungerà il proprio scopo senza tristi conseguenze, perché chi attacca in tal guisa non sono che botoli ringhiosi che volgono la coda non appena veggono una mano alzata”». 
Anonimo, Trobettiere a cavalloNelle circostanze ordinarie, piuttosto che precauzioni erano necessarie chiarezza di obiettivi e risolutezza. “Affinché forza rimanga sempre alla legge”, recitava l’articolo 62 del Regolamento generale del 1892, “è fatto obbligo d’essere sempre risoluti ed energici quando trattisi di mantenere un’operazione legalmente compiuta”. Questo significava determinazione anche nell’eseguire le disposizioni più fiscali, come le contravvenzioni alla caccia, ai pesi, ai carri, che “promuovono i maggiori lagni e colpiscono la classe meno favorita dalla fortuna”. Per il carabiniere, obiettivo del servizio era però “ottenere che la legge fosse rispettata”, indipendentemente dalla materia cui si applicava, e senza “pretendere d’ergersi a tribunale e tener conto delle aggravanti e delle attenuanti”, nella consapevolezza che “l’applicazione puntuale delle regole apporta la civiltà dove l’ignoranza è maggiore”. Occuparsi dell’osservanza di tutte le norme, anche le più minute, sorvegliare e intervenire “ogni qualvolta se ne ravveda la necessità”, ricercare e accertare “le contravvenzioni di azione pubblica e di azione privata” non erano espressione di “rigorismo eccessivo”, bensì obbligo di servizio: “non può reggere società bene ordinata quando dimenticandosi le popolazioni i diritti dell’autorità, si manca al dovere dell’obbedienza alle leggi. Soldato della legge, sentinella dell’ordine, il carabiniere non può permettere che si manchi all’una o si perturbi l’altro ed egli deve quindi alle volte colpirne i contravventori, spiegando così un rigore che si vuole erroneamente attribuito all’individuo anziché al dovere che a quegli incombe”. La severità non andava comunque confusa con la prepotenza e l’arroganza. Tanto la prevenzione quanto la repressione esigevano l’osservanza di regole di comportamento che dovevano impedire all’autorità di degenerare in autoritarismo: «Il carabiniere deve ricordarsi che la sua posizione non gli dà diritto d’essere petulante e prepotente, di fare il bravo o il soverchiatore». 
Su quest’aspetto insistevano anche i Regolamenti generali, fin dai primi anni di costituzione del corpo: nel 1822 le Regie Patenti di Carlo Felice ricordavano che “l’aspra e cruda maniera usata senza necessità verso un prigioniero”, “la vessazione e l’arresto indebito, l’eccesso consistente in percosse e maltrattamenti” erano da considerarsi reati e da condannarsi “secondo la gravità delle offese arrecate”. Nel 1892 l’articolo 56 ribadì che “è severamente proibito di adoperare parole sconvenienti od offensive con chiunque, anche verso le persone arrestate. Qualunque mancanza a siffatto dovere verso i cittadini, ogni aspra e cruda maniera verso gli arrestati, ogni vessazione, qualsiasi maltrattamento o parola ingiuriosa, costituisce grave colpa che sarà sempre punita”. 
Azione decisa e sicura, dunque, puntigliosa nel far rispettare la legge e nello stesso tempo controllata nelle forme, tanto inesorabile quanto “urbana e civile”. Il modello di forza dell’ordine così costruito poteva dirsi efficace e rassicurante ed essere proposto come simbolo di un regime che voleva presentarsi nella sua saldezza e nella sua energia. Il quadro non sarebbe però completo se non si tenesse conto di alcune ulteriori osservazioni contenute nel citato manuale, significative e illuminanti sulla reale esplicazione degli interventi repressivi. I regolamenti, in quanto testi ufficiali, sottolineavano l’assoluta uguaglianza dei cittadini e il conseguente obbligo di “usare modi cortesi con chicchessia”; ricchi e poveri, colti e ignoranti, contadini e notabili avevano diritto ad essere ugualmente rispettati. 
Tutte queste norme di comportamento contribuirono a rafforzare i sentimenti di rispetto e di riconoscenza che i cittadini nutrivano per gli uomini dell’Arma. La presenza capillare delle Stazioni sul territorio fece il resto. La bonomia con la quale Carlo Collodi tratta i carabinieri che arrestano Pinocchio è una testimonianza della fiducia che l’opinione pubblica riponeva nei militi con la lucerna. Che, proprio in quegli anni, furono chiamati ad assolvere un nuovo, delicatissimo compito. La politica di espansione coloniale che si sviluppò a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo aprì la grande stagione delle missioni all’estero. Nelle quali gli uomini dell’Arma non svolsero soltanto ruoli militari, ma furono chiamati anche a coprire la funzione di Forza di polizia addetta al servizio di ordine pubblico nei Paesi destinati a finire sotto l’amministrazione italiana.