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La protezione civile

È dal 1992 che la Protezione Civile è entrata di diritto nell’ordinamento istituzionale italiano. La legge che disciplina il Sistema Nazionale della Protezione Civile è, appunto, la legge 225/92. Fu in occasione del terremoto in Friuli che il sottosegretario all’Interno Giuseppe Zamberletti ebbe la delega, come commissario straordinario, di occuparsi dell’emergenza. E fu proprio Zamberletti a battersi perché venisse formato un corpo specifico incaricato di affrontare e gestire le grandi calamità naturali. Fino ad allora, le emergenze erano un problema della Croce Rossa, dei Vigili del Fuoco, dell’Esercito (nei casi più gravi) e, soprattutto, dei Carabinieri. «Il capitolo III del Regolamento generale del 1822, dal titolo del servizio ordinario e straordinario delle brigate», ricorda il generale C.A. Arnaldo Ferrara (nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri), «all’articolo 9 prescrive ai carabinieri “di accorrere agl’incendi, ad altri simili avvenimenti rimarchevoli provvedendovi sul punto nel miglior modo possibile”. È un articolo noto ai carabinieri ma non agli italiani che si sono sempre comportati come se lo conoscessero. Tutte le volte che il nostro Paese è stato colpito da calamità naturali, ma anche in occasione di sventure circoscritte all’ambito locale, se non addirittura privato, le popolazioni hanno contato sull’intervento dei carabinieri, ritenendolo un loro dovere. Tale convincimento ha radici antiche, da quando l’istituzione delle stazioni dei carabinieri nel Piemonte post-napoleonico diede alle comunità la sensazione di poter contare, finalmente, sull’aiuto di un’istituzione finalizzata alla loro protezione. Alluvioni, crolli, incendi, epidemie, sono stati occasioni di intervento per i carabinieri, che, richiesti o non, hanno sempre dato prova della loro umana disponibilità. È d’obbligo, in fatto di calamità naturali, non ignorare l’apocalittica eruzione del Vesuvio dell’aprile 1872, quando la lava distrusse interamente Somma Vesuviana e San Sebastiano, minacciando Torre del Greco, Portici e Resina. Le popolazioni, costrette ad abbandonare frettolosamente le proprie case, trovarono conforto nel vedere che i carabinieri correvano in senso opposto, proprio dove il pericolo era maggiore. I militari non si proponevano, certamente, di arrestare l’eruzione o di contenerne la violenza, bensì di portare in salvo quanta gente possibile, soprattutto gli anziani, che non avevano le forze né l’ardimento di avventurarsi in un ambiente da bolgia dantesca, tra vapori irrespirabili, nuvole di cenere e massi incandescenti che piovevano d’ogni lato. Tutte le stazioni dell’area vesuviana, insieme con le chiese, si trasformarono improvvisamente in posti di pronto soccorso, con i familiari dei carabinieri che si adoperavano con mezzi di fortuna per alleviare le sofferenze dei feriti».
L’eruzione durò una settimana: ai carabinieri dei paesi limitrofi se ne aggiunsero altri provenienti da località più lontane, contribuendo a rinforzare la grande fiducia riposta dalla gente comune nell’Arma. Il generale C.A. Ferrara ricorda un episodio curioso. «Accadde ad un certo punto che, frammisto ai soccorritori, un maresciallo credette di riconoscere il principe Umberto. Sarà stato per i baffi, comunque continuò a spalare tra la cenere per soccorrere una famiglia isolata in un casale che minacciava di crollare. Anche l’uomo con i baffi, dal volto annerito dal fumo, lavorava sodo al suo fianco, sbuffando e dando in esclamazioni incomprensibili. “Di dove sei?”, gli chiese il maresciallo. “Son piemuntès”, gli rispose l’altro. Era veramente il principe Umberto». Il futuro re d’Italia. 
Ma fu soprattutto all’inizio degli anni Ottanta che i carabinieri si fecero onore nelle operazioni di soccorso. Nell’estate del 1882, piogge torrenziali causarono nel Veneto esondazioni dei fiumi che si protrassero per parecchie settimane. «Migliaia e migliaia di famiglie furono colpite», racconta Maiocchi, «decine di migliaia di capi di bestiame andarono perduti, centinaia di ettari di terreni coltivati conobbero la devastazione portata dalle acque. Soprattutto catastrofica doveva rivelarsi l’uscita dagli argini dell’Adige (l’acqua, fuori dell’alveo, fu misurata ad altezze sino a tre metri). Militari e forze di polizia furono mobilitati per l’opera di soccorso. Ma come sempre in prima linea si trovarono subito i carabinieri. I militari delle stazioni di Zevio, Thiene, Pieve di Sacco, Scardovara, Adria, insieme con gli altri reparti della zona, si prodigarono nel salvataggio di decine di vite umane. A volte, la loro opera superò il semplice dovere o anche l’abnegazione che la situazione quasi imponeva. Si ebbero numerosissimi casi di autentico eroismo». Uno fu particolarmente clamoroso. «Il brigadiere Daniele De Piné e il carabiniere Angelo Regini salvano una famiglia alluvionata nel Veneto», raccontarono i giornali dell’epoca. L’episodio riguardò la casa del possidente Rocco Zanini, nelle campagne di Montecchio Precalcino (nei pressi di Vicenza), invasa dall’acqua del torrente Astico. Zanin, con la moglie, due figli ed una parente non fece a tempo a mettersi in salvo. Quando De Piné fu informato nella stazione di Tiene (da lui comandata) accorse sul posto con Regini per soccorrere la famiglia. L’impeto della corrente, l’oscurità della notte, la pioggia battente e il vento li bloccarono. Alle prime luci dell’alba, improvvisarono una zattera, tentando invano di raggiungere la casa. Soltanto con l’aiuto di alcuni abitanti del luogo riuscirono a raggiungere l’obiet­tivo e a mettere in salvo gli sciagurati. «Adagiati ad uno ad uno sulla zattera, furono tratti a salvamento». 
Il 28 luglio 1883 un terremoto distrusse completamente Casamicciola, nell’isola d’Ischia. Gravissimi danni subirono altri due comuni dell’isola: Forio e Lacco Ameno. Gli uomini dell’Arma lì operanti erano soltanto ventiquattro. Giunsero tempestivamente da tutta la Campania i rinforzi, che si prodigarono nel soccorso ai feriti, nella ricerca dei sopravvissuti sotto le macerie, nella distribuzione dei viveri, nel mantenimento dell’ordine pubblico.