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L'epidemia di colera

I Carabinieri a Palermo durante l'epidemia di coleraNel 1885 l’Italia fu colpita dall’ennesima epidemia di colera. A fronteggiarla, a fianco delle autorità sanitarie, furono chiamati i carabinieri. Si tentarono di instaurare “cordoni sanitari”, ubbidendo ai suggerimenti di organismi internazionali. Nel giro di tre anni il morbo, partito dalle regioni settentrionali, si diffuse in tutto il Paese. L’intervento dei carabinieri è testimoniato da alcune cronache dell’epoca, risalenti alla prima fase dell’epidemia. Alla fine di agosto 1885 «i carabinieri Ravasio, Bagnasco, Frati, Bermond, Belfanti, Broggi, Acquistapace e Marioli vengono proposti per la medaglia d’argento dei benemeriti della salute pubblica, e per quella di bronzo i carabinieri Ghirardello, Breda, Bodini, Lucca, Bigondi e Bassani; tutti poi vennero subito rimunerati coll’encomio solenne dal comandante la legione».

Il 3 settembre, «sulla sommità di Montecchio, territorio di Castelnuovo di Magra, muore un bracciante di colera fulminante. Il sindaco spedisce tosto il becchino ad interrarlo, e vanno a proteggere l’operazione i due carabinieri Paganini Luigi e Cisotto Gaetano, della stazione di Sarzana. Il becchino è un vecchio di 66 anni, non ha forza a scavare la fossa, né di superare le asperità del monte: i carabinieri compiono essi lo scavo, quindi pigliano il coleroso, uno per le braccia, l’altro per i piedi, lo portano là, lo collocano dentro e lo ricoprono di terra e calcina. Fra gli applausi della popolazione, mentre ricevono l’encomio solenne si son meritati la proposta per la medaglia ai benemeriti della salute pubblica». 

Nei primi giorni di settembre «il carabiniere Nilla-Niceti prese ad assistere sino a che non fu morto un coleroso abbandonato perfino dalla donna che egli aveva sposato quella stessa mattina. Questa esemplare e coraggiosa filantropia richiamò l’ammirazione dello stesso parroco e di tutto il paese. Il carabiniere Nilla-Niceti è un valoroso che ha già saputo guadagnarsi la medaglia al valore militare inseguendo alcuni malandrini, sebbene ferito, ed ora si avrà un’altra insegna d’onore, la medaglia di bronzo per i benemeriti della salute pubblica, mentre insieme a tutta intera la brigata è stato premiato coll’encomio solenne». L’11 settembre, «durante l’infierire dell’epidemia nel villaggio di Seborga, il vicebrigadiere Basini Nicola rimane colà comandato per circa un mese colla più ammirevole abnegazione di se stesso. Pronto sempre a recare il suo soccorso dovunque si soffre, egli rianima gli scoraggiati, ritorna ne’ contadini la fiducia per i medici, li persuade a prendere i medicinali che respingevano, in breve diventa l’oggetto dell’ammirazione, della simpatia dell’intera popolazione. Il generale comandante il corpo d’armata che visita quel villaggio, ferma con compiacenza la sua attenzione su quel sottufficiale ed è largo di elo­gi per la sua bella condotta. Oltre l’encomio solenne, egli ha saputo meritarsi la proposta della medaglia d’argento pei benemeriti della salute pubblica». 
L’8 settembre «scoppia il colera in Cancello Arnone colpendo due giovani: il paese è impreparato, manca il medico, manca ogni assistenza, ogni consiglio. Accorrono i carabinieri, brigadiere Mondani Ernesto ed appuntato De Lucia Grisostomo: sono coadiuvati dal farmacista, fanno da infermieri, si alternano con i carabinieri Ciminiello Ignazio e Salvato Michele, ed in ultimo seppelliscono i morti, disinfettano le case; la popolazione è sbigottita e rifiuta ogni qualsiasi cooperazione. Ne ammalano altri e le assistenze dei bravi militari si ripetono colla stessa abnegazione, collo stesso coraggio”. 

Nel mese di ottobre «l’epidemia assale Baricella in quel di Bologna. La popolazione presa ormai da timor panico per le notizie che venivano dal Ferrarese, ai primi casi si abbandona ad uno spavento indescrivibile. I poveri colpiti dal male sono sfuggiti persino dai parenti: all’ufficio di dar sepoltura ai morti tutti si rifiutano. Infermieri, seppellitori, incoraggiatori, curatori delle provvidenze igieniche furono i carabinieri della brigata locale e quelli della brigata della frazione di San Gabriele. Troppo lungo sarebbe narrare le gesta compiute da questi bravi militari per un mese di seguito con tale infaticabile attività, con sì pietoso zelo e con tanto coraggio da diventare l’ammirazione, l’esempio, il conforto supremo delle autorità di ogni ordine e degli abitanti». In definitiva, gli uomini dell’Arma dimostrarono, ancora una volta, il loro senso del dovere, e la vicinanza a chi soffre.