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Soggettazione e rispetto

Quinto Cenni, tenente medico, tenente veterinario, tenente CarabinieriNella Stazione dei Carabinieri «si respirava uno spirito che creava al tempo stesso soggezione e rispetto: soggezione per la compostezza degli uomini che vi operavano e vivevano, rispetto per l’autorità della legge che essi impersonavano», osserva il generale C.A. Ferrara. La stessa sensazione devono aver provato «i tanti italiani che nella seconda metà dell’800 entrarono per la prima volta, con esitazione, in quelle caserme, dove trovavano un austero silenzio, per chiedere un consiglio, per avere un chiarimento, per chiedere aiuto. E ne uscivano sollevati, più sereni, con qualche angoscia in meno. Erano anni difficili: leggi nuove da capire, regolamenti comunali, l’introduzione del sistema metrico-decimale, l’unificazione dei pesi e della moneta, le elezioni, il catasto, le infinite innovazioni, soprattutto nel sud, nel capo dei diritti fondiari, infine la legge sul macinato».

Il galateo di Grossardi dettava precise norme di comportamento ai Carabinieri, che dovevano dare al proprio portamento la serietà necessaria a chi deve tutelare l’ordine. Questo precetto valeva quando gli uomini dell’Arma erano impegnati in servizio, ma anche in caserma nel rapporto con i commilitoni, perché, «col pretesto che coll’amico devesi bandire la soggezione e le cerimonie, si finisce spesso per mancare alla pulitezza e al riguardo esteriore». Tutto ciò che faceva parte della gestualità e dell’espressività comuni doveva perciò essere censurato: «Chiassi d’ogni genere, il gridare o cantare, lo zuffolare, sono cose sconvenienti e incomode negli edifici militari; sconvenienti, perché danno l’idea di una bettola anziché d’una casa di persone civili; incomode, perché disturbano ed il compagno che si occupa o si riposa, ed il superiore che nell’ufficio è intento a disbrigare cose di servizio». 

Sottolinea Gianni Oliva (nella sua Storia dei Carabinieri): «L’immagine del carabiniere come autorità ­costituita implicava anche il suo isolamento dalla vita sociale, nella quale ­doveva intervenire come garante dell’ordine e mai come protagonista comune. I caffè, i mercati, i ritrovi pubblici, la stessa conversazione erano soltanto occasioni di servizio per esercitare la sorveglianza o attingere informazioni utili». 

Uniforme (del 1875) appartenuta al capitano Chiaffredo Bergia (Roma, Museo Storico dell’Arma)«Conoscere tutto e tutti, ma non essere in famigliarità con nessuno», raccomandava il Grossardi. Nel luogo di assegnazione, il carabiniere doveva perciò evitare di stringere amicizie, sia perché la confidenza eccessiva poteva trasformarsi in accondiscendenza, sia perché i rapporti privilegiati potevano suggerire un’idea di parzialità nell’esercizio delle proprie funzioni: «Siate circospetti onde la troppa confidenza non vi faccia incauti, ed evitate di stringere relazioni intime di famiglia, perocché oltre la gelosia che destereste negli altri, giacché nei piccoli centri l’antagonismo e i partiti sono comunissimi, potrebbe pur darsi che un giorno non vi trovereste libero d’agire come vorreste». Gli inviti a feste conviviali andavano declinati perché l’autorità pubblica non doveva confondersi con i privati: «Accettate pranzi, balli o altri inviti, e non tarderà il momento in cui quegli stessi, che forse con insistenza vi costrinsero ad accettare, si avvarrebbero della vostra accondiscendenza per nuocervi: vi converrà esser grati alle altrui cortesi esibizioni, mantenendovi però alieno dall’accettare, senza ostentare un inopportuno, e alle volte provocante, rifiuto: alle insistenze spinte può giovare un pretesto per trarvi d’impaccio, o l’accettare in minima parte quanto vi si offre». A maggior ragione si dovevano evitare i legami sentimentali nei luoghi di servizio, occasioni di pettegolezzi, di tensioni, di condizionamenti e, nell’ipotesi peggiore, di ricatti: «Non disturbate mai la quiete delle famiglie, né con relazioni adultere né con amori occulti; se anche un affetto nutrito delle migliori intenzioni venisse a cogliervi, fuggitelo». 

I Carabinieri dovevano uniformarsi a un tipo di vita pressoché monastico, per evitare qualsiasi tentazione. Non dovevano dichiarare i propri orientamenti politici, per evitare di essere strumentalizzati; non dovevano intrattenere rapporti privilegiati con chi potesse avvantaggiarsi di tali relazioni. Non dovevano essere neppure sfiorati dal sospetto di aver preso qualche decisione operativa condizionati da amicizie o, peggio, da una qualunque forma di corruzione. 

Qualsiasi tipo di rapporto doveva informarsi ai principi della discrezione e della riservatezza, nella coscienza che il colloquio con il pubblico era funzionale solo all’acquisizione di notizie e non alla creazione di vincoli di amicizia. Un «parlar breve e stringente, fatto con voce naturale e risoluta, senza termini ricercati, ma con vocaboli proprii e chiari, teso all’unico scopo della risposta che si vuole ottenere, completava quel tratto severo eppure cortese che deve distinguere il gendarme».