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Quanto era dura la vita nell’Arma

Negli anni Settanta del XIX secolo, i Carabinieri divennero uno dei punti di riferimento fondamentali nell’amministrazione statale e la disciplina imposta loro (oltre al carico di responsabilità) si rivelò particolarmente severa. Ci fu anche chi scrisse un Galateo al quale ogni carabiniere era tenuto ad uniformarsi con assoluto scrupolo

Giovanni Fattori, In vedetta

Nel 1874 l’organico dell’Arma contava circa 22.500 uomini. Le Stazioni sparse nel territorio nazionale erano 2.606. Per i Carabinieri il lavoro diventò molto impegnativo in ragione della molteplicità di incarichi che furono loro attribuiti dal ministero degli Interni, dalle prefetture, dalle questure e da ogni istituzione statale che trovasse come unico punto di riferimento affidabile la Stazione dei Carabinieri. Questa divenne allora «la casa di tutti gli italiani», come scrive il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri. «La legge che aveva espropriato gli edifici religiosi consentì allo Stato italiano di disporre in ogni angolo della penisola di un numero elevato di ex conventi e ­monasteri. Nulla di meglio che acquartierarvi, oltre che i distretti militari e le infra­strutture del ministero della Guerra, anche le Stazioni dei Carabinieri, il cui numero era notevolmente cresciuto in pochi anni. Costruire ex novo migliaia di nuovi edifici sarebbe risultato enormemente dispendioso; in più, c’era la necessità che le Stazioni fossero impiantate sollecitamente. Lo invocavano le stesse popolazioni. E così le celle che erano state dei frati divennero gli alloggi spartani di militari altrettanto sobri. Ma qualcosa non venne meno in quegli ambienti, una certa religiosità intesa come costume etico». 
«Se tutti abbisognano di modi civili e urbani onde vivere convenientemente nel mondo», si legge in un manuale del 1879 scritto dal tenente colonnello Giancarlo Grossardi, «maggiore è questo bisogno in chi, per la specialità della sua condizione, deve continuamente trovarsi a contatto con il pubblico, contro il quale pel suo ufficio è costretto agire in senso di coercizione». Mentre per i militari degli altri corpi i regolamenti di disciplina e di servizio interno sono sufficienti «per dare all’individuo compostezza di movimento, uniformità di tratto e limitazione d’atti e d’azioni», non altrettanto può dirsi per il carabiniere reale, il quale «è costretto trattare con autorità e persone, che d’ordine non militare, non usano di quel cerimoniale e di quelle formole che i regolamenti sopracitati ragionevolmente hanno stabilito» e che, d’altra parte, «si mantiene in contatto colle popolazioni ai di cui usi e abitudini deve uniformarsi». Di qui l’esigenza di un’etica specifica, di un modello di comportamento e di atteggiamento esteriore che non può essere affidato alle inclinazioni dei singoli, ma deve risultare omogeneo e funzionale alle esigenze di servizio «in modo che il milite dell’Arma risulti sempre quello, in ogni luogo, nella vita pubblica come in quella privata».