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La medaglia d'oro

Approfondimenti

La coraggiosa impresa di un ufficiale de’ Carabinieri durante l’inondazione di Roma. Erano le 4 pomeridiane del 29 dicembre quando il luogotenente de’ Carabinieri conte Michelangelo Spada, con cinque pontieri, due medici e due suoi carabinieri si spinse in una barca fino al ponte S. Angelo per recare soccorso

La massima onorificenza militare fu conferita a Bergia con un decreto in data 15 febbraio 1871: se l’era conquistata sul campo, nel mese di settembre dell’anno precedente. Il nemico da disarmare era la più temibile banda brigantesca che seminava il terrore in Abruzzo da quasi dieci anni. I capi erano Giuseppe e Michelangelo Pomponio, Pasquale D’Alena (con la sua “druda” Filomena Soprano) e Bernardino Di Nardo. Su tutti pendeva la condanna a morte per omicidio, grassazione e rapina. Il Governo aveva stanziato una taglia di seimila lire, una somma enorme, a favore di chi ne avesse favorito l’eliminazione. Il capitano Pietro Sequi, Comandante dell’Arma in provincia di Chieti, formò una squadriglia mobile di quattro militari al comando del brigadiere Bergia. L’occasione per intervenire fu offerta dal sequestro da parte della banda del ricco ed anziano possidente Gaetano Franceschelli. La somma richiesta ai familiari per il riscatto era particolarmente ingente. Si doveva stanare la banda e liberare l’ostaggio. Così raccontò l’operazione il capitano Grossardi: «Organizzata la piccola colonna, essa partiva inosservata da Chieti la notte del 21 settembre dirigendosi nel bosco di Dogliola, in quel di Vasto, che sapevasi essere dai briganti preferito come nascondiglio, e sino al 27 dello stesso mese rimanendo appiattata nelle località che più pareva potessero dai malfattori venire prescelte, e per tutto quel tempo con rara abnegazione e costanza sfidando e superando ostacoli di ogni genere, cibandosi di quel poco che le assottigliate provviste offrivano, riuscì a sfuggire alla vista degli esploratori dei briganti ed a coglierli nell’agguato appunto nelle ore 9 pomeridiane di detto giorno. Lo scontro fu breve ma decisivo. Il brigadiere Bergia primo, come sempre, slanciasi contro di loro, ed affrontato il D’Alena, che degli altri erasi fatto capo, lo vince ben presto, rompendogli sulla testa il fucile, mentre il resto della banda, che ancora teneva ricattato Franceschelli, protetta dalla oscurità della notte e dalla conoscenza dei luoghi, fugge sgominata. Pochi giorni dopo però il Bergia colla sua squadriglia riesciva a scovare ed arrestare la Soprano, druda dell’ucciso D’Alena, e l’altro capo banda Pomponio Giuseppe, che fu rinvenuto gravemente ferito per opera dell’infelice Franceschelli, che dai briganti era stato per rappresaglia e dopo 17 giorni di penosa detenzione barbaramente trucidato. Due ancora erano i superstiti della temuta masnada, e cioè il Pomponio Michelangelo e il Di Nardo Bernardino. Finse il brigadiere Bergia, per meglio illuderli, d’esser pago degli ottenuti risultati ed abbandonare quelle località, ma messosi invece in agguato, poté nelle ore 11 pomeridiane del 2 ottobre sorprendere i malfattori nell’abitato di Turci. Dopo una disperata resistenza da quelli opposta, il brigadiere Bergia, gettatosi sul Pomponio da solo il sommetteva, rompendogli il revolver sulla testa, nell’atto che l’altro cadeva esanime trafitto dai militari della squadriglia. La disfatta di quella banda, che ridonò la quiete all’Abruzzo Citeriore, fu considerata dalle Autorità Civili e Militari e dalle popolazioni tutte come il fatto più brillante compiutosi dalle forze in quei luoghi durante la triste illiade del brigantaggio, giacché alla cattura di tutti i briganti seguì l’arresto dei manutengoli che in numero di 42 il Bergia rintracciava ed assicurava alla Giustizia».

Quinto Cenni, Uniformi del 1870. Il primo a sinistra è un carabiniere a piedi

Conclusa la fase della lotta al brigantaggio, Bergia continuò a prestare servizio in regioni più tranquille. Nel 1875 fu trasferito dalla Legione di Bari a quella di Torino, dove rimase due anni, per poi essere destinato a Milano con il grado di maresciallo d’alloggio maggiore. «Non aveva intanto mai trascurato di coltivare la propria istruzione», scrisse un biografo, «sì che nel 1880 poté essere promosso sottotenente; e poi tenente nel 1883; e da ultimo, nel dicembre del 1891, era tornato, come capitano, alla Legione di Bari, in quei paesi dove aveva così brillantemente incominciata la sua carriera. La sua nobile vita s’è spenta il 2 febbraio 1892». 
Morì di polmonite, nel proprio letto. Lasciò la moglie Claudina (figlia di un maggiore che lo aveva comandato all’Aquila) e quattro figli.