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Si passa all'azione

un ambulanza con feriti a Villa Torlonia

«Le truppe italiane, ordinate su cinque colonne di marcia», racconta Maiocchi, «passano la frontiera alle 4,45 del 12 settembre. Poche ore dopo cade Civita Castellana, difesa da due compagnie pontificie. Un battaglione del 39o fanteria, che avanza per una via mulattiera, viene ricevuto da poche fucilate; poi, dinanzi allo schieramento delle artiglierie e delle altre truppe della divisione, la bandiera bianca viene inalberata sulla Rocca. Il capitano pontificio comandante si presenta in campo aperto e chiede: “Salva la vita sua e dei suoi”. La resistenza era durata appena tre quarti d’ora. Il bilancio delle perdite italiane: due morti e sette feriti».

carabiniere cattura uno zuavo pontificioIl giorno 13 Ricciotti ordina a Cadorna di portare a marce forzate il corpo d’esercito sotto Roma. Le truppe italiane che hanno conquistato Civita Castellana si mettono in marcia, lasciando indietro tutto il carreggio sotto la direzione del maggiore Michele Appiotti. Due giorni più tardi fu sferrata l’offensiva contro Civitavecchia, presidiata da più di 1.400 uomini e dotata di fortificazioni e artiglieria. L’ordine di attaccare fu dato alla 2a divisione del generale Nino Bixio. Alle ore 9,35 il comandante della piazza, colonnello Serra, telegrafò al generale Hermann Kanzler, comandante delle truppe pontificie: «Nemico fa riconoscenza sotto mura. Ogni truppa sta al suo posto. Tutti faranno il loro dovere». E, infatti, quando i primi reparti della divisione Bixio si presentarono alle porte della città, i pontifici si predisposero alla difesa. Ma era giunta nello specchio di mare antistante la città la squadra navale italiana, «ostentando un apparato di forze tale da impressionare la difesa e da dare maggiore efficacia all’intimazione di resa portata da un parlamentario». La resistenza si risolse in una manifestazione velleitaria. All’alba del 16 settembre la capitolazione fu firmata e ratificata dal Bixio. Alle ore 10 le truppe italiane entrarono a Civitavecchia. Il tenente dei carabinieri Nasci ricevette poco dopo le consegne del servizio di polizia nella città dal capitano Gasperini della Gendarmeria pontificia.
 
L’obiettivo successivo era Roma. Il 15 settembre il generale Cadorna «domanda libero ingresso delle truppe italiane in Roma onde occupare militarmente la città». Ma il generale Kanzler replica, con l’orgoglio di un militare che ha alle spalle una lunga carriera: «Ho l’onore di rispondere che sono risoluto di fare resistenza coi mezzi che stanno a mia disposizione, come mi impongono l’onore e il dovere». 
«All’alba del 19 settembre», racconta ancora Maiocchi, «le divisioni italiane provenienti dalle cinque direttrici di movimento sono alle porte della Città Eterna; tutto il giorno viene impiegato per effettuare ricognizioni e rettifiche delle posizioni acquisite. Si predispone il fuoco delle ar­ti­glierie per l’alba del 20 set­tem­­bre da parte delle divisioni Angioletti e Ferrera, mentre l’attacco vero e proprio si pre­para alle porte Pia e Salaria ad opera delle divisioni Cosenz e Mazè, adeguatamente appoggiate dall’artiglieria. Bi­xio, dopo il successo di Civitavecchia, s’è portato d’iniziativa fino alle immediate vicinanze della città. L’ordine è: “...dopo che sarà cominciato attacco per parte Cadorna contro porte S. Giovanni e Pia... Scopo suo attacco deve essere principalmente quello di dividere difesa per agevolare riuscita all’attacco Cadorna”. Alle ore 0,40 del 20 settembre reparti della divisione Angioletti avanzano verso porta San Giovanni. Subito dopo l’artiglieria ha distrutto un “tamburo armato di artiglieria” e costringe i pontifici a ritirarsi con i loro pezzi dentro le mura. La lotta tra le artiglierie si fa cruenta. Gli artiglieri italiani danno prova una volta di più della loro eccellente preparazione. Porta San Sebastiano resiste; poi, verso le 10,30, mentre Porta San Giovanni brucia e le truppe italiane si preparano all’assalto, la bandiera bianca sale sulle mura. La 13a divisione del generale Ferrero, scelto come obiettivo d’attacco il passaggio dei Tre Archi, inizia il fuoco delle artiglierie alle 5 e un quarto. Rispondono “poche e mal dirette cannonate” ed anche un nutrito fuoco di fucileria. Mentre l’attacco si fa serrato e le colonne di fanteria sono a circa 60 metri dall’opera, appare sulle mura la bandiera della resa. La 12a divisione Mazè, con la brigata Modena e con un battaglione di bersaglieri, si accinge ad attaccare il valico che il fuoco delle artiglierie deve praticare nelle mura “dopo il terzo torrione a destra della porta per chi guarda dall’esterno”».

Carabinieri sfilano in parata a piazza del PopoloAlle 9,45 la breccia era praticamente aperta e i pontifici si erano già ritirati dalle mura di Castro Pretorio. Il generale Mazè ordinò alla colonna di destra della sua divisione di «tenersi pronta per l’assalto della breccia appena vedesse pronunciato quello di Porta Pia». L’intenso fuoco di fucileria e dell’artiglieria pontificia provocarono qualche perdita. Sospeso il fuoco delle artiglierie, inizia, al segnale convenuto, l’attacco. La colonna Mazè, in testa il 12o battaglione bersaglieri, si dirige verso la breccia, mentre il 39o reggimento fanteria puntò sulla porta Pia. Alle ore 10 il generale Cadorna lanciò il suo breve, solenne messaggio: «Forzata la Porta Pia e la breccia laterale in quattro ore. Le colonne entrano con slancio, malgrado una vigorosa resistenza».

A quel punto, i difensori ammainarono la bandiera pontificia, sostituendola con quella bianca. Le perdite furono di 32 morti e 143 feriti fra gli italiani, 19 morti e 68 feriti fra i pontifici. Un bilancio accettabile, in una giornata memorabile.