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Tre volte

Il primo arresto Garibaldi avvenuto a Chiavari il 7 settembre 1849 (illustrazione  d'epoca)Toccò tre volte ai Carabinieri eseguire gli ordini che giungevano dalla capitale (Torino prima, Firenze poi) e arrestare quell’uomo che, per tutti gli italiani, era già un eroe. E – proprio per questo – non si trattò di compiti agevoli.

La prima volta, nel settembre 1849, fu arrestato dal capitano Carlo Alberto Basso a Chiavari, in Liguria, intercettato mentre bordeggiava davanti alle coste, in fuga, due mesi dopo la caduta della Repubblica Romana. Nel 1862 Garibaldi conobbe di nuovo il carcere (nel forte di Varignano, a La Spezia), ma quella volta furono i soldati dell’esercito a portarcelo. Tentando di completare (con la conquista di Roma) l’opera avviata due anni prima con la spedizione dei Mille, il generale aveva raccolto i suoi volontari in Sicilia per risalire la Penisola, in direzione della Città Eterna. Il governo Rattazzi (che inizialmente non aveva osteggiato l’iniziativa), pressato dai governi degli altri Paesi europei, inviò l’esercito a fermarlo, sull’Aspromonte. Garibaldi fu issato a bordo dell’incrociatore Duca di Genova (con un paranco: «come si caricano i buoi», sottolineò amareggiato nelle Memorie) e trasferito nella sua prigione dove fu detenuto per cinquantaquattro giorni. 

Fortunino Matania, un carabiniere sviene per l'emozione di partecipare all'arresto Garibaldi Figline ValdarnoL’anno terribile nei rapporti fra Garibaldi e lo Stato italiano fu il 1867. La Terza guerra d’indipendenza non aveva completato – come era nelle speranze di molti patrioti – l’Unità Nazionale. Sette anni prima Garibaldi aveva lanciato il suo proclama: «O Roma, o morte». E non intendeva rinunciare al suo progetto di conquista. Come nel 1862, il presidente del Consiglio era Rattazzi. E, come nel 1862, Garibaldi ebbe l’impressione che il governo fosse disposto a non intralciare oltre misura la sua azione. Ma il 24 settembre, all’alba, a Sinalunga, nella Val di Chiana, fu arrestato nella casa della famiglia Angelucci, di cui era ospite. L’ordine era arrivato dal prefetto di Perugia, su direttiva del governo: «Far partire subito un treno speciale con Ufficiale Carabinieri e truppa per Sinalunga, ove effettueranno arresto Garibaldi traducendolo Firenze disposizione ministero». Il comandante della Tenenza di Orvieto era il luogotenente Federico Pizzuti: gli uomini a sua disposizione erano cento, incaricati anche di fungere da scorta nel trasferimento, sullo stesso treno, fino a Firenze. 

Garibaldi fu prelevato mentre si trovava ancora a letto. Protestò, ma non oppose resistenza. La missione si concluse nella sede del Comando Divisione Militare. Un senatore (Giuseppe Gadda Conti) riferì in seguito di aver saputo che il tenente Pizzuti «si era condotto con grande tatto e fermezza». 
Fortunino Matania, Il tenente Pizzuti arresta Garibaldi a SinalungaNelle Memorie, Garibaldi liquidò l’episodio in quattro righe: «Io avea però fatto il conto senza l’oste, ed una bella notte, giunto a Sinalunga, ove fui gentilmente accolto ed ospitato, venni arrestato per ordine del governo italiano, e condotto nella cittadella di Alessandria. Da Alessandria, ove mi lasciarono alcuni giorni, fui condotto a Genova, e da questa a Caprera, attorniando l’isola con bastimenti da guerra». Conclusione: «Eccomi prigioniero nella mia dimora, guardato a vista e ben da vicino, da fregate, corazzate, minori piroscafi, ed alcuni legni mercantili, che il governo avea noleggiati a tale proposito».
Appena un paio di settimane più tardi – riuscendo ad eludere quella sorveglianza, apparentemente rigorosa –, Garibaldi si imbarcò su un beccaccino a remi con il quale raggiunse l’isola della Maddalena. Fatte perdere le proprie tracce, dalla Sardegna – con un peschereccio – traversò l’Adriatico per sbarcare sulle coste toscane, a Vado, fra Piombino e Livorno.

I volontari l’aspettavano, sul continente. L’attacco allo Stato Pontificio era stato soltanto rinviato. Ma a Mentana si risolse in una sconfitta. I vincitori non inseguirono Garibaldi che, a cavallo, raggiunse il confine dello Stato Pontificio. Poi salì su un treno diretto a Livorno, accompagnato da una cinquantina di fedelissimi (compresi due figli, il genero, Stefano Canzio, e Francesco Crispi, allora deputato).  
Alla stazione di Figline Valdarno lo attendeva il colonnello Deodato Camosso (che aveva con sé due compagnie di bersaglieri), incaricato di quello che sarebbe stato l’ultimo arresto dell’Eroe dei Due Mondi. Spalleggiato da Crispi, Garibaldi pretese (inutilmente) che Camosso telegrafasse al primo ministro Menabrea (che aveva emesso l’ordine). Poi chiese di scendere dal treno per una impellente necessità. Quindi oppose resistenza per risalire sul convoglio. Ci vollero tre ore per indurlo a rispettare l’ordine. Un carabiniere non resse all’emozione e cadde a terra svenuto (ma questo particolare non ha alcun riscontro documentale, ed è forse soltanto una leggenda). Alla fine il generale (che pochi giorni prima aveva combattuto la sua ultima battaglia in territorio italiano) si arrese, «con tutta buona grazia», come annotò Camosso nel rapporto trasmesso ai superiori.

«Nel viaggio», scrisse semplicemente Garibaldi nelle Memorie, «le solite miserie governative, di carabinieri, bersaglieri, paure, eccetera; viaggiando a tutta velocità fui finalmente depositato all’antico mio domicilio del Varignano, da dove mi lasciarono poi tornare alla mia Caprera». Rimase al forte di La Spezia venti giorni esatti. E quella fu la sua ultima detenzione.